Almeno non entro la fine dell’amministrazione di Barack Obama. Le recenti dichiarazioni del ministro francese al Commercio estero Matthias Fekl che ha dichiarato «non c’è alcuna possibilità che si chiuda la partita prima della fine dell’amministrazione Obama, data l’inconciliabilità delle posizioni delle parti», hanno dato ufficialità a quello che le diplomazie internazionali avevano ben chiaro da settimane. Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che avrebbe dovuto abbattere le barriere commerciali e creare una zona di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, non è pronto per essere firmato.

Dopo quattro anni di complessi negoziati, sono ancora molti i punti critici, anche se l’ultimo e forse decisivo scossone al successo dell’operazione è arrivato con la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quello di Londra era infatti il governo che spingeva più degli altri, in Europa, per chiudere l’accordo con gli Usa, forte del legame storicamente più solido con l’altra sponda dell’Atlantico. Ma non è questo l’unico impedimento legato all’esito del referendum del 23 giugno. Alle spalle c’è infatti la volontà di Bruxelles di non facilitare un ingresso del Regno Unito dalla finestra dopo che ha sbattuto la porta dell’Unione. E infatti il Trattato di libero scambio con gli Usa permetterebbe di fatto all’economia britannica di avere accesso al mercato comune europeo, all’interno di un’unione commerciale più ampia. Questo, secondo molti rappresentanti delle istituzioni comunitarie, potrebbe trasformarsi in uno stimolo per altri Paesi euro-scettici che si sentirebbero comunque coperti dal trattato internazionale in caso di una loro possibile uscita dall’Ue.

Barack Obama e Angela Merkel

Se le questioni di geopolitica internazionale hanno affossato il Trattato, le criticità su molti punti erano già venute a galla da tempo, in particolare da quando i negoziati – iniziati in grande segretezza – sono diventati pubblici e hanno coinvolto l’opinione pubblica europea e americana, contribuendo a sollevare numerose polemiche.

Uno dei punti chiave riguarda lo scambio dei prodotti alimentari. L’Europa, rispetto agli Usa, riconosce una tutela alla qualità della produzione alimentare molto più rigida, così come sono più rigide le norme che puniscono la contraffazione. Nel Vecchio Continente, Paesi come l’Italia producono e vendono sui mercati mondiali un’enorme quantità di prodotti dop e igp, che rappresentano un tesoro per l’economia del Paese. Negli Stati Uniti, la contraffazione di questi prodotti e la vendita di copie di bassissima qualità è all’ordine del giorno, una pratica che – in caso di libero scambio tra i due continenti – minaccerebbe pesantemente le imprese europee e il loro business.

Un discorso analogo può essere fatto per quanto riguarda le norme a protezione dei consumatori. È un principio irrinunciabile del successo del Trattato che le normative europee e statunitensi sulla tutela dei consumatori e quindi sul controllo dei prodotti debbano essere allineate. Questo, secondo alcune associazioni europee come la European Consumer Organization, potrebbe causare un livellamento verso il basso dei controlli, abbassando gli standard alimentari del Vecchio Continente.

Altri nodi centrali che hanno reso in questi mesi più difficile la chiusura del Trattato riguardano da un lato i servizi finanziari e dall’altro il mercato in genere. Per quanto riguarda i servizi finanziari, il Ttip dovrebbe prevedere un’armonizzazione dei sistemi bancari, dando vita a una vera e propria liberalizzazione della finanza. Il tema, però, è molto controverso, soprattutto alla luce di quanto accaduto tanto negli Usa quanto in Europa dopo l’ultima crisi della finanza internazionale. Gli Stati Uniti, dove il peso e il ruolo delle grandi banche è ancora più consistente rispetto all’Europa, hanno frenato su questa possibilità, cercando di tutelare una maggiore autonomia dei loro istituti di credito. La seconda questione che riguarda il mercato è altrettanto delicata e potrebbe essere simbolicamente ridotta ad un’unica legge, il Buy American Act, e al suo possibile annullamento. Il Buy American Act, approvato negli anni del presidente Roosevelt, prevede che nelle commesse pubbliche sia limitato l’acquisto di prodotti stranieri. Un enorme ostacolo per le grandi imprese europee che sognano da tempo di entrare nel ricco mercato delle opere pubbliche americano.

Manifestanti in Germania

La campagna elettorale americana e l’uscita del Regno Unito dall’Ue hanno fatto il resto, convincendo entrambe le parti in causa che lo storico Trattato debba essere siglato dal prossimo Presidente degli Stati Uniti. Una soluzione che all’Unione Europea sta bene perché le concede il tempo necessario per far rimarginare le ferite della Brexit.