Negli ultimi 21 anni il Prodotto interno lordo è cresciuto ininterrottamente, unico caso al mondo tra i Paesi sviluppati. L’ultimo trimestre con il segno negativo risale al lontano ottobre-dicembre 1991 e questo ha garantito all’Australia di scalare una ad una le posizioni degli Stati più ricchi arrivando a conquistare il dodicesimo posto dove ha scalzato la Spagna. Una conquista ancora più significativa se si considera che, per numero di abitanti, l’Australia occupa il 52esimo posto.

A differenza nostra, l’anno fiscale a Canberra si calcola dalla metà di un anno solare all’altro, quindi l’ultima chiusura di Pil annuale risale al 2012-2013 che si è concluso nell’estate scorsa quando la ricchezza prodotta è continuata a salire ad un ritmo di circa il 3%.



Ma cos’è che traina l’economia australiana e soprattutto la tiene al riparo dai marosi delle crisi internazionali? In primo luogo la vendita all’estero di materie prime. Lo scorso anno l’export di risorse naturali come il carbone e i minerali di ferro è cresciuto del 3,3%, e questo grazie alla domanda cinese che è rimasta consistente anche negli ultimi trimestri. Del resto l’Australia è il primo produttore al mondo di bauxite, alluminio e opali, il secondo di nichel, oro e zinco, il terzo di ferro, uranio, diamanti e gas naturale, il quarto di carbone. Il settore minerario produce da solo il 10% del Pil e il suo indotto vale un altro 9%. Uno zoccolo duro che permette alla sua economia di camminare a ritmi forzati anche nei momenti di debolezza dei consumi interni, nonostante l’attività della banca centrale che ha tagliato i tassi di interesse otto volte a partire dal novembre 2011.

Il ruolo della RBA, la Reserve Bank of Australia, è stato decisivo anche nei mesi caldi del 2008, successivi al crollo di Lehman Brothers. In quei giorni l’Istituto fece ricorso a strumenti di politica finanziaria, abbassando i tassi di interesse di 100 punti base. Contestualmente il governo varò due pacchetti anti-crisi iniettando nell’economia reale oltre 52 miliardi di dollari. Come risultato, all’inizio del 2009, mentre la maggior parte dei Paesi sviluppati soffriva la crisi internazionale, l’Australia continuava a crescere a un ritmo dell’1%.

La dipendenza dalle esportazioni e quindi dallo stato di salute dei principali partner commerciali rappresenta però anche un limite per l’economia australiana. Nel 2011 il volume di scambi con la Cina ha raggiunto i 100 miliardi di dollari, mentre per il 2013 si parla di 90 miliardi a causa del rallentamento dell’economia cinese.

Ecco perché l’Ocse, nel suo ultimo report, ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Paese per il 2014, stimandole ad un +2,6%. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, oltre alle esportazioni, ci sono altri elementi di rischio come il costo del lavoro (aumentato del 54% dal 2000 ad oggi), e il prezzo delle case (cresciuto del 79% nello stesso periodo). Molti analisti sono convinti che proprio l’elevato costo del lavoro potrà in futuro causare dei problemi in termini di competitività commerciale.

Ma nonostante alcuni dati comincino a sollevare qualche preoccupazione, i fondamentali economici continuano a rimanere buoni a partire dall’inflazione bassa (anche se prevista in aumento), dai livelli invidiabili di deficit e debito pubblico, ma soprattutto dal tasso di disoccupazione, fermo al 5,4%.

I dati assoluti della crescita sono arrivati dall’Australian Bureau of Statistics che ha calcolato il valore della crescita del Pil registrato lo scorso anno in 293 miliardi di euro.

Il buon andamento dell’economia ha avuto un riflesso positivo anche nei rapporti commerciali con gli altri Stati e ha contribuito ad accrescere l’attitudine australiana all’import. Un trend di cui ha beneficiato anche l’Italia. Le esportazioni delle aziende italiane verso l’Australia sono cresciute tra gennaio e ottobre del 2013 (rispetto allo stesso periodo del 2012) del 5%, e sono passate – in termini di valori assoluti – da 2,97 a 3,13 miliardi di euro. Nello stesso arco temporale si sono invece contratte del 24% le importazioni verso il nostro Paese e sono passate da ca. 681 a ca. 518 milioni di euro.

Guardando alle quote di mercato, l’Unione europea con il 17,5% dell’export totale, si conferma il secondo partner commerciale dell’Australia dopo l’Asia orientale (49,7%) e davanti all’America settentrionale (12,5%). Nel quadro europeo l’Italia rappresenta comunque la terza economia in termini di relazioni commerciali con una quota del 2,2%, dietro alla Germania (4,6%) e al Regno Unito (2,8%), ma davanti alla Francia (1,6%) e alla Spagna (1,2%).

Anche sul fronte degli investimenti esteri, l’Europa svolge un ruolo primario. Negli ultimi anni i paesi del Vecchio Continente sono stati i principali investitori in Australia coprendo una quota pari al 40% del totale, seguiti da Giappone (26,6%), Cina (13,6%) e Singapore (13,2%). Solo nel 2009, secondo il Rapporto congiunto firmato dall’Istituto del commercio estero, gli investimenti italiani ammontavano a 472 milioni di euro grazie ai quali le imprese italiane hanno generato nelle città australiane 20mila posti di lavoro.

La consistenza degli investimenti esteri non è casuale ma deriva dalla reputazione internazionale del Paese e della sua economia. Non solo l’Ocse ha definito l’Australia come il Paese con la migliore qualità di vita al mondo, ma il suo rating è ancora la tripla A, un livello ormai invidiato dalla maggior parte dei Paesi sviluppati.

Il comportamento virtuoso del governo e delle istituzioni monetarie (il rapporto debito/Pil è pari ad appena il 27% contro la media del 90 delle economie più sviluppate), ha contribuito ad alimentare il dibattito interno sull’opportunità di allentare i vincoli al debito, alzando fino a 500 miliardi di dollari il vincolo federale che prevede un tetto di 300 miliardi. In realtà, quello che più preoccupa istituzioni ed economisti, non è tanto il debito pubblico, ma quello privato. Il passivo dei cittadini australiani è infatti tra i più alti al mondo e il rapporto debiti/ricavi è pari a circa il 185%.

Forse è questo l’unico dato che fa accendere un allarme in uno Stato dove i mali e le fragilità dell’Occidente sembrano non essere ancora arrivati. 

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