Esposizioni, mostre, merchandising e aste: il calendario degli eventi dedicati all’arte contemporanea nel mondo si fa sempre più fitto. Tra i tanti incontri già affermati, come Art Basel di Miami e Hong-Kong e il FIAC di Parigi, cresce la fama di kermesse italiane, come Artissima Torino, Mia Art Milano o ancora Arte Fiera Bologna, che si è chiusa pochi giorni fa con 50.000 visitatori. Il giro d’affari legato alla voce “Arte” assume sempre di più un ruolo chiave all’interno dell’economia mondiale, come di quella italiana.

Secondo il Rapporto annuale 2018 sul mercato dell’arte contemporanea diffuso da Artprice (leader sull’informazione del mercato dell’arte contemporanea) il fatturato mondiale che deriva dal contemporaneo sarebbe pari a 1,9 miliardi di dollari. Ciò che rende, secondo il rapporto, inarrestabile la crescita di questo settore, è il fatto di aver chiuso positivamente le 4 voci decisive per il buon andamento del mercato. Fatturato mondiale, numero di lotti invenduti (che restano stabili), numero di lotti venduti e indice dei prezzi delle opere. Domanda in ascesa e clima economico favorevole hanno permesso la conclusione di 66.850 transazioni nel giro di 12 mesi.

Così, da “Play-Doh” di Jeff Koons, l’opera d’arte contemporanea più costosa del 2018 (venduta da Christie’s di New York a quasi 23 milioni di dollari), passando per alcuni degli artisti più popolari come Maurizio Cattelan, Christo Vladimorov Yavachev, Marina Abramovic e Damien Hirst, quella per l’arte contemporanea è ormai una passione diffusa.

Jeff Koons

Una passione che cresce anche all’interno del business più ampio dell’arte in generale. Il Report annuale di Art Basel e UBS “The Art Market 2018” considerato tra i più analitici e fedeli, stima che l’insieme di tutti i movimenti d’arte nel mondo, che comprendono arte antica, moderna e contemporanea, abbia dato vita nel 2017 ad un fatturato di 67,4 miliardi di dollari, registrando un aumento del 12% rispetto al 2016. Di tale cifra il 53% deriva dalle vendite in galleria e il 47% dalle aste. Stando ai dati elaborati da Artprice, il più alto numero di aste d’arte si svolgerebbe negli Stati Uniti, piazza dove hanno luogo le più importanti transazioni di pezzi contemporanei (32% delle aste nel mondo) seguita dal Regno Unito (29%) e dalla Cina (16%). L’Italia è tra i principali venditori ma, nonostante l’ampliamento della forbice, fattura solo l’1% del globale. In tutti i paesi l’arte moderna, ovvero le opere realizzate tra il 1860 e il 1970, supera comunque l’arte contemporanea, il 57% delle operazioni hanno riguardato infatti realizzazioni pre-contemporanee.

Maurizio Cattelan


Anche la globalizzazione che ha influenzato il mondo dell’arte: i collezionisti diventano itineranti, le gallerie aprono nuove sedi in altri continenti e partecipano a tutte le fiere più importanti del mondo. Un nuovo modello di fare arte che gli artisti hanno imparato a conoscere adattandosi ad un assetto decentralizzato che abbraccia la digitalizzazione e trova terreno fertile nel mercato dell’arte. I social network sono una nuova vetrina, soprattutto per il contemporaneo, un potente strumento in grado di diffondere un’immagine a livello mondiale con un click.

I follower, che siano appassionati, venditori o acquirenti, seguono le opere da una località all’altra, anche in Italia. La strada risulta comunque, rispetto a quella dei cugini francesi o degli oltre manica, in salita. Il 2017 è stato l’anno del digitale non solo per comunicazione ma anche per vendite. Il Rapporto conferma i 3 milioni di occupati nel settore nonostante la digitalizzazione e le vendite online raggiungono l’8% rendendo accessibile il mercato ai piccoli acquirenti e favorendo la vendita di opere minori. Secondo ArtEconomy24, che monitora le 20 case d’aste italiane, la Casa d’aste Pandolfini (fondata nel 1924) registra un collegamento di 150-200 utenti online per ogni asta. Grazie al sistema digitale nel 2018 ha venduto 1.651 lotti per un totale di 4 milioni di euro. Ma Il successo sembra ancora lontano, causa la mancanza di un sistema normativo adeguato. Gli appuntamenti italiani attirano ogni anno un pubblico maggiore ma restano numericamente indietro. La Francia, per esempio, è intervenuta fiscalmente riducendo l’IVA sulle importazioni delle opere dal 10% al 5,5% contro l’imposta italiana che rimane al 10% e non permette alle gallerie d’arte di ampliare l’offerta. Un’imposta più bassa ha permesso l’allargamento delle gallerie, una maggiore competitività, e ha favorito la partecipazione alle fiere che attraggono un pubblico internazionale, diversamente da quelle italiane che mantengono un’affluenza soprattutto Italiana.

In ogni caso la fiera si conferma la piazza migliore per l’acquisizione di nuovi clienti e l’Italia, grazie ai propri eventi, deve prendere la palla al balzo e sfruttarne il successo in crescita. Solo Arte Fiera, con i 50.000 ingressi di quest'anno, non è arrivata troppo lontana dai 75.000 di Fiac Parigi. Un segnale positivo per il business dell’arte in Italia.