Quella del 2017 non sarà ricordata come un’ottima annata per il mercato vitivinicolo italiano, perché le gelate primaverili che hanno ghiacciato i germogli e la successiva siccità estiva genereranno una perdita del 25/30% rispetto allo scorso anno sul numero di ettolitri prodotti.

E infatti per le bottiglie relative ai raccolti 2017 è prevista una produzione complessiva di soli 41 milioni di ettolitri, quasi 15 milioni in meno rispetto alla produzione del 2016.

Messa al tappeto dai cambiamenti climatici tutta l’industria mondiale del “nettare degli Dei” è costretta a leccarsi le ferite. Francia, Spagna e Italia registrano cali rispettivamente del 19, del 15 e del 23% e insieme contribuiscono ad una perdita globale dell’8,2% sui 268,8 milioni di litri di vino entrati in commercio nel 2016. Pesa inoltre l'incertezza dopo gli incendi in California.

 

Il risultato immediato di quest’andamento è che gli italiani acquisteranno una bottiglia di vino in meno su quattro con etichetta 2017, le pagheranno tra il 10% e il 20% in più rispetto all’anno precedente e più della metà di queste proverranno da cantine venete, pugliesi ed emiliane. Secondo i dati diffusi da Assoenologi (la più antica organizzazione al mondo del settore vitivinicolo) Veneto, Puglia ed Emilia Romagna saranno infatti le tre regioni italiane più produttive, in grado di mettere sul mercato oltre 21 milioni di ettolitri, più della metà di tutti gli ettolitri prodotti in Italia per l’anno corrente.

Per il resto, i raccolti sono in picchiata in tutte le regioni italiane con il record negativo di Lazio e Sardegna che registrano per la vendemmia un crollo nell’ordine del 40% rispetto al 2016.

 

Estremamente deludente anche la cosiddetta “resa di trasformazione” ovvero la quantità di succo che si ricava dai grappoli di uva. «Normalmente – ha dichiarato Domenico Bosco, responsabile vitinicolo della Coldiretti – abbiamo una resa di 0,77 litri di vino a fronte di 1 kg di raccolto, quest’anno però le rese sono state peggiori».

 

Oltre alle avversità atmosferiche, l’assenza di acqua nei mesi estivi abbinata ai persistenti raggi solari hanno accelerato la maturazione delle uve costringendo i vignaioli italiani ad una raccolta anticipata (circa dieci giorni prima rispetto alla norma), con grappoli più scarni ma dai chicchi più zuccherini e privi di malattie. Questo darà vita ad un numero inferiore di bottiglie ma di qualità più elevata.



 

Il calo della produzione non sembra tuttavia frenare l’export, che negli ultimi anni ha registrato risultati eccezionali. «I numeri vanno sempre inquadrati in un contesto generale” – spiega Raffaele Borriello, direttore generale di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare). – L’export italiano ha raggiunto valori storici e anche quest’anno i dati indicano una crescita del 6% in volume e in valore, prefigurando la possibilità di raggiungere la soglia dei 6 miliardi di euro entro fine anno».

Alla fine il numero di bottiglie vendute all’estero è superiore rispetto a quelle consumate all’interno dei confini nazionali. Secondo la Coldiretti, gli italiani bevono infatti meno vino prodotto in Italia ma di migliore qualità: in media 37 litri l’anno per persona con grande attenzione sulla provenienza geografica. Proprio la qualità è un elemento sempre più decisivo nella produzione italiana del vino: il 66% dei vini italiani sono infatti Doc (denominazione di origine controllata), Docg (denominazione di origine controllata e garantita) e Igt (Indicazione geografica tipica) contro il 10% del 1986.

Un importante balzo qualitativo che spiega bene il successo del vino italiano nel mondo.