Per altri un esperimento a lungo tentato ma che non ha mai dato i risultati sperati. Sono le Reti di imprese, aggregazioni riconosciute dalla legge e costituite da imprenditori che hanno scelto di unirsi per creare sinergie, ridurre i costi e magari presentarsi sui mercati esteri con una dimensione maggiore e una minore esposizione ai rischi della competizione.

Proprio per favorire la nascita di agglomerati produttivi più solidi finanziariamente, la legge riconosce sgravi fiscali alle imprese che si mettono in rete. Nel giugno di quest’anno l’Agenzia delle Entrate ha fissato il bonus fiscale 2013 per le aziende interessate. Lo stanziamento non è corposo, si parla di 14 milioni di euro, eppure copre l’83% delle richieste arrivate che per il totale ammontano a 16,8 milioni. In sostanza, la legge prevede la sospensione delle imposte per quegli utili “comuni” (con il tetto di 1 milione di euro) che non concorrono alla formazione del reddito della singola impresa. Alla base, ovviamente, gli imprenditori devono aver firmato un contratto di rete che gli permette di accedere alle agevolazioni fiscali.

Ma a parte il piccolo aiuto che arriva dallo Stato, il valore aggiunto della rete è tutto nelle armi che questa mette a disposizione per accrescere, sia individualmente che collettivamente, la capacità innovativa e la competitività sul mercato. In questo senso, la collaborazione e lo scambio di informazioni e prestazioni di tipo commerciale, industriali, tecnico ma anche tecnologico favorisce la crescita e la modernizzazione del sistema produttivo.

E quest’ultimo, anche nel 2013, ha risposto con un certo entusiasmo all’opportunità di mettersi in rete. Il terzo Osservatorio Intesa Sanpaolo – Mediocredito Italiano sulle reti d’impresa, pubblicato nel mese di maggio, parla di un sistema che vede coinvolte 4.091 imprese e 792 contratti di rete registrato alle camere di commercio. Tra l’altro ogni rete è molto diversificata al suo interno se è vero che l’83% del totale ha al proprio interno imprese specializzate in comparti produttivi differenti.

A conferma che la rete d’impresa non è affatto una formula stanca e priva di contenuti, dal 2011 ad oggi le adesioni a queste alleanze tra aziende sono cresciute rapidamente. Solo nell’ultimo trimestre del 2012 801 nuove imprese hanno sottoscritto un contratto di rete, mentre nel primo trimestre del 2013 i nuovi contratti sono stati 94 e hanno coinvolto 455 aziende. Differenziando la propensione a questo modello di business per regioni, il primo posto spetta alla Lombardia con 990 imprese coinvolte in 254 contratti di rete. Al secondo si colloca l’Emilia Romagna (613 imprese) e al terzo la Toscana (566). Più del 50% delle imprese riunite in rete si trovano in queste tre regioni. Segue il Veneto (335), il Lazio (232), il Piemonte (186) e le Marche (166).

In questa classifica territoriale le regioni del Sud non risultano troppo arretrate. Mentre infatti Campania (151 imprese), Puglia (149), Basilicata (101), sono circa a metà, all’ultimo posto si posiziona la Valle d’Aosta che – secondo l’Osservatorio di Intesa – ha registrato un solo contratto di rete. In ogni caso, la coesione territoriale è molto importante e infatti il 74% delle reti sono costituite da imprese che provengono dalla stessa regione. La vicinanza, quindi, è un elemento fondamentale che favorisce la logistica degli accordi e la formulazione di una strategia industriale condivisa.

Analizzando invece i settori che più degli altri sono rappresentati, l’industria e i servizi occupano sicuramente le posizioni più importanti e da soli raccolgono il 76,1% del totale delle imprese italiane in rete. La filiera agro-alimentare ha invece un peso rilevante soprattutto nel Mezzogiorno e raggiunge un picco del 65,4% in Sardegna. Ovviamente, per loro natura, la composizione di queste alleanza è costituita da imprese di piccole o piccolissime dimensioni che hanno bisogno di unirsi per fare volume produttivo e finanziario. Il 51,2% delle aziende che sottoscrivono contratti di rete sono infatti micro e il 31% sono piccole.

In ogni caso, che siano piccole o piccolissime, le ragioni che portano un imprenditore a fare fronte comune con altri sono uguali per tutti: potenziamento della struttura commerciale, conseguimento di maggiori sinergie produttive, rafforzamento dei canali di promozione/distribuzione e pianificazione di progetti comuni di innovazione e ricerca.

Oltre agli sgravi pubblici, a sostenere le imprese nel loro desiderio di unirsi intervengono anche alcuni finanziamenti della Bei (la Banca europea degli investimenti). La provvista europea è stata messa a disposizione delle imprese italiane da Intesa Sanpaolo che ad oggi ha deliberato finanziamenti per 22,4 milioni di euro (di cui 18,2 milioni già erogati). La maggior parte dei fondi stanziati sono andati proprio nel supporto a progetti di innovazione di processo e di prodotto. Una conferma in più che allearsi non è solo un argine per difendersi dalla competizione, ma uno strumento per modernizzare l’azienda e offrire sul mercato servizi e prodotti innovativi.

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