Sommersi dalla plastica. Si stima che, senza misure preventive, entro il 2050 il peso della plastica negli oceani sarà maggiore di quello dei pesci presenti. Sono più di 150 milioni le tonnellate di plastica nei mari e ogni anno ne finiscono in acqua da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate. Piatti usa e getta, stoviglie monouso, cannucce, cotton fioc, materiali per la pesca: questi gli oggetti che nei mari sono causa non solo di degradazione dell’habitat, ma provocano danni irrimediabili alla fauna marina, dato che gli animali rischiano di rimanere impigliati oppure ingeriscono microparticelle plastiche che, a loro volta, possono essere dannose per la salute umana. A livello economico, l’invasione della plastica non riciclabile ha un forte impatto: il costo dei rifiuti marini è stimato tra i 249 e i 695 milioni, principalmente a discapito dei settori turistico e ittico. Anche per questo motivo diventa importante prendere seri provvedimenti per contrastare l’avanzata dell’inquinamento da plastica. Ed è in questa direzione che si è mossa l’Unione Europea con la Direttiva Europea 2019/204, che metterà “fuori legge” i prodotti di plastica monouso, favorendo la plastica riciclabile e compostabile (ma non ancora gli oggetti in bioplastica).

Cotton fioc, cannucce e stoviglie monouso: addio dal 2021

Il 2021 è alle porte e con esso la ricezione della direttiva europea che ha l’obiettivo di ridurre drasticamente l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente. Basti pensare che il 49% dei rifiuti in mare è rappresentato da plastiche monouso e il 27% da plastiche provenienti da materiali da pesca. Perciò addio posate, piatti, cannucce, aste per palloncini, recipienti per alimenti e per bevande. Al loro posto dovranno essere utilizzati oggetti di plastica biodegradabile e compostabile. L’obiettivo dell’Unione Europea è quello di contrastare e arginare il fenomeno del “marine litter”, ovvero la presenza di quantità massicce di rifiuti di plastica nel mare. Ci si pone inoltre l’obiettivo di raggiungere entro il 2029 la raccolta del 90% delle bottiglie di plastica, con il sistema dei vuoti a rendere, e l’obbligo di etichettatura per prodotti di tabacco con filtri, i bicchieri di plastica, le salviette umidificate e gli assorbenti igienici. In questo modo si cerca di sensibilizzare i consumatori a uno smaltimento più giusto e consapevole di questi oggetti inquinanti, nonché di favorire il riutilizzo della plastica. Infatti, è stato stabilito che, entro il 2025, tutte le bottiglie dovranno essere composte per un 25% da plastica riciclata; entro il 2030 la percentuale dovrà salire fino al 30%.

Stoviglie monouso, un business italiano da oltre 850 milioni

Ma l’Italia è pronta a mettersi in linea con la normativa europea? La direttiva andrà infatti a colpire duramente un settore florido in Italia come quello della plastica. Secondo i dati provenienti da Unionplast, le imprese italiane che producono oggetti usa e getta danno lavoro a circa 3.000 persone, con un fatturato annuo che oscilla tra gli 850 milioni e il miliardo di euro. La produzione massiccia di stoviglie monouso è legata anche al fatto che gli italiani risultano essere i primi consumatori in Europa di questi prodotti, nonché i primi produttori con una quota di export pari al 30%. A fronte di questi dati, la direttiva europea sulla plastica usa e getta rischia di dare un duro colpo all’industria italiana che dovrà trovare il modo di riadattarsi favorendo la produzione e l’utilizzo di oggetti in plastica riciclabile e compostabile. L’adozione sempre più massiccia da parte delle amministrazioni pubbliche e delle catene della grande distribuzione di direttive volte a ridurre non solo l’uso delle stoviglie monouso (piatti e posate) ma anche di bicchieri interessa soprattutto l’industria nel Mezzogiorno. Infatti, la regione che potrebbe risentire di più della messa al bando delle plastiche monouso è la Campania, che sul suo territorio ospita ben otto stabilimenti che lavorano le plastiche e producono oggetti monouso, seguita da Sicilia ed Emilia-Romagna con quattro ciascuna. Sempre al Sud, altri tre sono in Puglia e uno in Abruzzo. La soluzione in futuro sarà una: reinventare completamente il settore. Come? Producendo stoviglie con metodi alternativi, operazione fattibile ma problematica sia dal punto di vista degli investimenti, sia dal punto di vista temporale. I tempi sono troppo stretti per far sì che si riesca ad evitare un crollo del fatturato e l’ipotetica perdita di posti di lavoro. Alcune imprese già da qualche tempo hanno innescato un processo di diversificazione verso materiali più ecologici come la bioplastica (molto simili per metodi di lavorazioni alle plastiche normali) e le fibre vegetali. Inoltre, convertire le imprese italiane verso un percorso più ecologico e sostenibile vorrebbe dire anche cercare di inserirsi in quella porzione di mercato del compostabile occupata attualmente da importatori dall’estremo Oriente, soprattutto cinesi, che lavorano da più tempo sulla produzione di oggetti in fibra naturale. Mentre si cercano soluzioni alternative, però gli imprenditori italiani della plastica prendono tempo e si aggrappano al comma 802 della Legge di Bilancio 2019. Il seguente comma, modificando il Codice dell’Ambiente, chiede su base volontaria alle imprese italiane del settore plastica di aumentare entro il 2023 la produzione di bioplastiche nonché la percentuale di plastica riciclata nei nuovi prodotti.

Riciclare la plastica: Italia eccellenza europea

Il riciclo di materie plastiche diventa, quindi, fondamentale per un futuro più sostenibile sia per l’ambiente sia per tutte le aziende italiane minacciate dal divieto di produzione di oggetti in plastica usa e getta. Il settore del riciclo è per l’Italia già da ora un motore di sviluppo e crescita economica. Il nostro Paese, negli ultimi due decenni, è passato da un sistema di gestione di rifiuti fondato sulla discarica a uno principalmente orientato al recupero e riciclo delle materie plastiche. Dopo Germania e Spagna, l’Italia è una delle nazioni europee più impegnate nel processo di riciclo delle plastiche. Secondo il Green Economy Report elaborato in occasione dei 20 anni di COREPLA (Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica), nel 2017 il 43,4% degli imballaggi raccolti è stato avviato al processo di riciclo, tenendo anche conto che tra il 2005 e il 2017 la percentuale di imballaggi recuperati è cresciuta del 64%. Il recupero degli imballaggi in plastica ha prodotto per l’Italia un beneficio economico di oltre 2 miliardi di euro per la materia prima non consumata, per la produzione di energia e per il risparmio di emissioni di CO2. Il concetto di “plastic free” probabilmente ora sembra un’utopia, ma finché non verrà trovato un materiale migliore della plastica, l’unica via da percorrere per non gravare sull’ambiente è quella di gestire in maniera corretta la grande mole di plastica prodotta, puntando a una plastica di seconda mano, lavorata più volte e rigenerata.