Parliamo dell’agroalimentare italiano, un simbolo di qualità e made in Italy, ma anche un’industria a tutti gli effetti che vale 130 miliardi di euro dentro i confini nazionali e altri 24,8 miliardi in termini di prodotti venduti all’estero.
E se è vero che la produzione è leggermente calata tra il 2011 e il 2012 (-1,2% e -1,4%) è anche vero che il fatturato è cresciuto (+2,3% al termine dello scorso anno) e lo stesso hanno fatto le esportazioni con risultati ancora più soddisfacenti.

«L’agroalimentare – spiega Daniele Rossi, direttore generale di Federalimentare – è ormai il secondo comparto industriale del nostro Paese e ha saputo reggere bene all’urto della crisi rispetto a quanto fatto in media dall’economia italiana».
In effetti, mentre tutti gli indicatori macroeconomici andavano a picco, il settore alimentare negli ultimi cinque anni ha perso solo il 5% della sua ricchezza prodotta. Un dato negativo che è stato in parte compensato dalla crescita sostenuta delle esportazioni, come conferma Rossi.
«Nello specifico l’export alimentare è aumentato dell’8% nel 2012 e promette di crescere dell’8,6% al termine dell’anno in corso. Questo trend è in parte dovuto alla disperata necessità delle PMI di trovare nuovi sbocchi di fronte a un mercato interno stagnante, e in parte legato alle enormi potenzialità del made in Italy nel mondo, che viene sempre più richiesto soprattutto in nuovi mercati come il Sud America, la Cina, l’India e la Thailandia.
C’è poi un altro dato importante: all’estero proliferano i prodotti cosiddetti “italian sounding”, cioè quelli che sembrano italiani all’apparenza ma che in realtà sono prodotti fuori dai confini nazionali. Questa fetta di mercato vale 60 miliardi di euro e potrebbe essere conquistata dalle aziende italiane che offrono qualità e garanzie sul made in Italy».

Le potenzialità da sfruttare sono tante e il ritorno ad una crescita più sostenuta appare comunque dietro l’angolo. A frenare la corsa verso risultati più convincenti ancora una volta ci sono i costi, soprattutto in termini di tassazione, che le imprese italiane sono chiamate a sostenere. In questo senso – è la posizione di Federalimentare – alcune misure, come l’aumento dell’Iva, possono rappresentare una contrazione importante per i consumi e quindi per i soggetti della filiera agroalimentare. Anche se l’applicazione dell’Imposta sul valore aggiunto al 21% riguarda solo un terzo dell’industria agroalimentare (a un 30% è applicata al 10% e a un altro 30% al 4%), un suo eventuale innalzamento al 22% comporterebbe una ulteriore contrazione dei consumi, e questo arriverebbe dopo cinque anni di contrazione consecutiva, un trend negativo che non ha avuto simili dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Le difficoltà, in ogni caso, non inducono al pessimismo. Il settore rimane infatti vitale, le imprese attive sono tante e anche quelle di medie dimensioni si stanno organizzando per crescere sui mercati esteri, diversificando il business e modernizzando i modelli di vendita.
La sfida, al contempo, si gioca sulla scoperta di nuovi sbocchi commerciali sempre più interessati a comprare prodotti alimentari del made in Italy. Così, secondo le statistiche elaborate da Federalimentare, tra il 2011 e il 2012 le esportazioni italiane verso la Thailandia sono cresciute del 50,6%, quelle verso gli Emirati Arabi Uniti del 39,5% e quelle verso il Messico del 32,5%.

Paesi nuovi e mercati nuovi che danno una spinta in avanti al settore. «Ovviamente – sottolinea però Rossi – perché un progetto di crescita sostenuta e capillare abbia successo, è necessario approntare strategie efficaci in termini di sostegno all’export. A questo proposito abbiamo recentemente organizzato presso la Fiera di Parma un Global Forum dedicato a queste tematiche al quale ha partecipato anche il Gruppo Euler Hermes proprio per indicare alle imprese gli strumenti finanziari, come l’assicurazione al credito, utili per supportare l’attività di export.
Di fronte alla necessità e alla volontà di essere più presenti sui mercati internazionali le strade da percorrere sono tre: aumentare la dimensione delle imprese, favorendo magari le aggregazioni; costruire piattaforme distributive all’estero; sfruttare le normative europee e italiane per garantire un sostegno maggiore agli imprenditori che investono nell’export. Tutti questi interventi funzionano però solo se si fa sentire con forza il coordinamento e la spinta delle istituzioni».
E infatti, mentre cresce la voglia di Italia da parte di nuovi Paesi, i primi mercati di destinazione per l’export agroalimentare restano sempre gli stessi (Germania, Francia, Stati Uniti e Regno Unito) che insieme acquistano una dozzina di miliardi di prodotti provenienti dal Belpaese. Per fare in modo che questa tendenza positiva diventi uno standard e un trend affidabile, è necessario però anche il sostegno del mondo del credito.

«La scarsa presenza all’estero degli istituti di credito italiani – commenta Daniele Rossi – è un problema per una azienda italiana che si trova impegnata a vendere in un mercato lontano senza il supporto di una banca “amica”. Purtroppo, ad oggi, anche i nostri colossi del credito sono fisicamente poco presenti all’estero, soprattutto nei mercati più lontani, e questo rappresenta un discrimine nella corsa competitiva con aziende francesi o tedesche che invece possono godere del supporto del loro sistema finanziario».

 

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