I cervelli partono, le fabbriche tornano. Mentre la fuga dei giovani talenti è un fenomeno sempre più diffuso in Italia, la produzione delle merci sta compiendo il percorso inverso e i grandi marchi, un tempo allettati dall’aprire le loro fabbriche all’estero, stanno riportando l’intera produzione sul mercato domestico.

L’Italia detiene, infatti, il record europeo di rientri in patria e si classifica seconda al mondo, dietro solo agli USA. Sono ben 120 le aziende italiane che - secondo la ricerca condotta dal consorzio Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group, in collaborazione con Federazione Anie – hanno riportato la produzione in Italia tra il 2000 e il 2015 su 376 casi in Europa e altri 329 in Nord America.

Questo fenomeno prende il nome di “back-reshoring” (detto anche “near-shoring”), che indica il numero crescente di aziende che hanno deciso di riportare nel Paese di origine tutta o parte dell’attività di produzione. E rappresenta quindi l’opposto dell’“off-shoring”, ossia la precedente delocalizzazione di lavorazioni negli ultimi 20 anni in Paesi in cui il costo del lavoro è ridotto.

Il processo di back-reshoring interessa prevalentemente i comparti che avevano esternalizzato l’asset produttivo e organizzativo verso l’Europa dell’Est e la Cina.

Il rapporto annuale numero 10 di dicembre 2017 “Economia e finanza dei distretti industriali” della Direzione Studi e Ricerche di Intesa San Paolo ha esaminato i casi più noti di rimpatrio e/o potenziamento produttivo.

Con riferimento ai settori merceologici, il comparto più rilevante di back-reshoring (secondo Uni CLUB MoRe back-reshoring) è quello in cui operano le aziende associate alla Federazione Anie, aderente a Confindustria, e di cui fanno parte le aziende del settore elettrotecnico ed elettronico. Queste ultime sono in assoluto le più rilevanti in termini di frequenza della decisione di rimpatrio (con un tasso del 23,9%). In Italia la situazione cambia, spostando questo settore al secondo posto (con un tasso del 18,6%), indietro rispetto ad abbigliamento e calzature che primeggiano con il 43% dei rientri.

I principali casi di rimpatrio di brand di moda e calzature sono Louis Vuitton, Prada, Ferragamo, Ermenegildo Zegna, Bottega Veneta, Geox, Benetton; grande impegno su questo versante anche da parte delle aziende produttrici di borse e valigie, come Piquadro e Nannini.

Significativo inoltre il rientro di molti gruppi del settore dell’occhialeria (Safilo, Marcolin, Marchon), imprese dell’arredamento (Natuzzi), ma anche della meccanica (gruppo Argo Tractors, gruppo IMA) e dei ciclomotori (Wayel).

Secondo i ricercatori universitari la scelta del luogo di produzione è consequenziale ad una serie di dinamiche “competitive complesse”.

Uno studio del 2017 condotto dall’Università di Udine, in collaborazione con l’ateneo di Catania e di Bolzano, ha analizzato per la prima volta le modalità con cui avvengono i processi di rimpatrio produttivo prendendo in esame 700 casi di reshoring a livello globale. Secondo la ricerca le motivazioni che inducono alla rilocalizzazione sono la ricerca di riduzione dei tempi di consegna, la prossimità al cliente, il desiderio di far leva sul “Made in”, l’opportunità di automatizzazione dei processi produttivi in madrepatria e la migliore capacità di innovazione di prodotto.

Da ultimo, con riferimento alle politiche industriali che potrebbero favorire ulteriori rientri, si evidenziano in particolare la riduzione del cuneo fiscale e la semplificazione burocratica.



In particolare, per quanto riguarda l’Italia, è molto importante il valore che viene dato al “Made in Italy”, soprattutto da parte delle aziende di lusso che incide fortemente anche sulla propensione all’acquisto dei clienti e sulla qualità percepita del prodotto.

Grande impatto ha avuto anche l’avvento dell’industria 4.0 che, con le sue tecnologie digitali dal costo pressoché omogeneo in tutto il mondo, riduce notevolmente lo svantaggio competitivo finora subito dai paesi occidentali nei confronti della manodopera estera a basso costo.

Su queste tematiche si è tenuto nel 2017 un convegno organizzato dall’ANTIA (Associazione Nazionale Tecnici Professionisti Sistema Moda) presso la sede produttiva del gruppo Benetton di Castrette di Villorba (Treviso), dal titolo “4.0 sostenibile: reshoring e futuro”. Durante l’evento è stato dato un focus particolare al reshoring e all’impatto che la tecnologia e il digitale potrebbero avere per il rientro delle produzioni in Italia.

Un altro elemento che spinge le imprese a tornare nel Paese d’origine deriva dell’esito delle analisi di mercato in tema di sostenibilità. “Total Retail 2017”, un’indagine del network internazionale PWC-Price Waterhouse Coopers illustra come il 37% dei millennials intervistati sostiene di essere disposto a pagare fino al 5% in più, un altro 27% fino al 10% in più e il 6% fino a una maggiorazione del 20%.

Nell’edizione precedente del Rapporto avevamo visto come, secondo un altro studio condotto da PWC108 i giovani consumatori giudicano favorevolmente il processo di reshoring delle aziende e che sarebbero disposti ad accettare una maggiorazione di prezzo per l’acquisto di un prodotto “reshored” (50% del campione).

Una motivazione più forte al reshoring potrebbe derivare anche da un piano di misure di sostegno al reshoring da parte delle istituzioni  come il “Progetto Reshoring” promosso da Sistema Moda Italia in collaborazione con ministero dello Sviluppo e Price Waterhouse Coopers, cofinanziato attraverso i fondi dell’Unione Europea, che mira a creare le condizioni necessarie per il rimpatrio delle produzioni in Italia e per l’aumento della produttività in due aree pilota, Puglia e Veneto, e a promuovere interventi di assistenza alle imprese e di riqualificazione e formazione del personale attraverso la costituzione di un’accademia. Tra le azioni strategiche anche investimenti in ricerca e sviluppo per la realizzazione di nuove tecnologie a supporto del processo produttivo e creazione delle condizioni per ridurre il costo del lavoro.