Il bilancio è dell’Aifi, associazione italiana del private equity e venture capital, che tira le fila del capitale di rischio nel Paese: investimenti in crescita del 16% rispetto al 2014 e del 67% sui numeri del 2013. Un rialzo significativo che dimostra un nuovo appeal italiano, ma che, d’altra parte, scrive nero su bianco il gap italiano rispetto agli altri Paesi europei.

Il 2015 segna, per il private equity del Paese, il ritorno ai livelli del 2010. Il dato è stato segnalato dall’indice Private Equity Monitor realizzato dai ricercatori dell’Osservatorio Pem della Liuc - Università Cattaneo. «Nel corso del terzo e del quarto trimestre – ha dichiarato Anna Gervasoni, presidente di Pem - abbiamo osservato un progressivo e costante incremento dell’attività d’investimento». Lo scorso anno sono state chiuse 105 operazioni, contro le 90 del 2014 e le 63 dell’anno precedente. Il 75% dei deal conclusi sono stati interventi di buy out (ossia col ricorso prevalente al capitale di debito), il 18% expansion (attraverso un aumento di capitale), il 5% turnaround (un investitore nel capitale di rischio acquisisce un’impresa in dissesto finanziario) e il 2% replacement (l’investitore nel capitale di rischio si sostituisce, temporaneamente, a uno o più soci). Lo stesso studio analizza il fatturato medio delle aziende del settore e conferma che il dato si attesta intorno a 75 milioni di euro, segnando una leggera crescita rispetto al 2014. Inoltre, il 52% delle operazioni è stato portato a termine da operatori non domestici, a conferma che il mercato è aperto ai player internazionali. Tra le operazioni più significative concluse alla fine del 2015, risultano l’acquisizione di Cigieere da parte di BC Partners, quella di Leone Star su N&W Global Vending per 280 milioni di euro e l’operazione di Investindustrial su Sergio Rossi, per 100 milioni.

La Borsa Italiana

L’Italia, insomma, torna ad essere un mercato attrattivo, sperando che l’approccio dei fondi sia soprattutto a carattere industriale, favorendo la crescita di top player capaci di competere nel panorama internazionale. I capitali raccolti, nel corso del 2015, sono raddoppiati, arrivando a 2.487 milioni di euro; erano 1.348 milioni di euro nel 2014. A crescere è stato anche l’ammontare investito, del 31%, grazie anche al contributo dei fondi internazionali.

 

Se il buyout è stato primo per ammontare, il 70,4% delle risorse è stato investito in questa tipologia di operazione, l’early stage (investimento in capitale di rischio effettuato nelle prime fasi di vita di un’impresa) si è posizionato invece in testa per il numero di deal realizzati: 122 che hanno rappresentato il 35,7% del mercato. E il trend sottolinea l’importanza del private equity per le start up italiane, che non riescono a trovare sufficiente sostegno in un sistema bancario ancora impigliato tra i lacci delle regole europee.

 

La distribuzione della provenienza della raccolta si è suddivisa quasi equanimemente tra Italia, con il 51,9%, ed estero, con il 48,1%. Gli operatori che nel 2015 hanno svolto attività di fundraising sul mercato, sono stati 16, erano 15 nell’anno precedente. “L’incremento della raccolta è sicuramente un dato positivo però restano ancora troppo bassi i numeri in termini assoluti”, ha affermato Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI. “Rispetto agli altri Paesi europei siamo ancora indietro e molto lavoro è da fare per coinvolgere fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni. L’associazione, in questo senso, ha avviato diverse iniziative, quali il club degli investitori che auspico possa dare un notevole contributo al tema”, ha spiegato.

 

«Quest’anno il dato importante sugli investimenti riguarda l’ammontare che ha raggiunto il secondo valore più alto di sempre -  ha commentato Anna Gervasoni -. Questo ottimo risultato è dovuto anche al ritorno di attrattività del nostro Paese tanto che gli operatori internazionali hanno apportato ben il 66% dell’ammontare totale investito».


Moleskine

 

Uno sguardo al passato, tuttavia, aiuta a comprendere il fenomeno. I fondi di private equity, hanno segnalato Aifi e PriceWaterhouseCoopers, hanno investito in aziende italiane quasi 60 miliardi di euro negli ultimi trent'anni portando a termine oltre 8mila operazioni. In particolare, gli investimenti sono stati pari a circa 59 miliardi distribuiti su 8.200 operazioni, mentre la raccolta è stata complessivamente di quasi 40 miliardi. 

I numeri dell'industria italiana del private equity sono nettamente inferiori a quelli dei principali Paesi europei: nel Regno Unito, anche solo considerando i fondi domestici, sono stati raccolti 338 miliardi e investiti 327 miliardi; in Francia 125 miliardi di fundraising e 121 impiegati; in Germania 81 investiti e 65 raccolti. La fase di affermazione del settore in Italia si è avuta negli ultimi quindici anni: periodo nel quale i fondi hanno investito complessivamente 52 miliardi e disinvestito per circa 18 miliardi portando in Borsa 62 società, pari al 24% delle ipo avvenute nel periodo 2000-2015.

I protagonisti che hanno messo a segno i principali deal? Clessidra, Permira, Investindustrial.  Nel 2015 l’operazione più importante per dimensioni è stata l’acquisizione dell’Istituto Centrale delle Banche Popolari (Icbpi) per 2,15 miliardi di euro da parte della cordata Advent-Bain Capital Clessidra. La stessa Clessidra che ha acquistato il 90% di Cavalli, affiancata nella transizione da L-GAM e dalla cinese Chow Tai Fook Entreprises Ltd), con una valutazione dell’intera maison di 380-390 milioni di euro. Da segnalare anche il riassetto Tirrenia-Moby, con l’armatore Vincenzo Onorato che ha ricomprato il 32% di Moby e il controllo di Cin-Tirrenia dalla stessa Clessidra e dai soci di minoranza.


E per il 2016 il buongiorno si vede dal mattino. L'operatore di private equity Permira ha acquisito, da Motion Equity Partners, Arcaplanet, il gruppo attivo nella vendita di prodotti dedicati alla cura degli animali che gestisce una catena di circa 150 punti vendita e ha chiuso il 2015 con un fatturato di 137 milioni (+22% rispetto al 2014).

Ultimo deal in scena, quello da 750 milioni di euro che ha visto il fondo di Andrea Bonomi, Investindustrial, rilevare il 60% di Artsana dalla famiglia Catelli, diventando quindi l'azionista di maggioranza del marchio Chicco, Pic Solution, Lycia e Control, ma anche dei preservativi Control. E la corsa di Bonomi è solo all’inizio. Il fondo punta a tre importanti operazioni entro fine anno: dopo quella di Artsana nel settore chimico, i prossimi obiettivi, parola di Bonomi, saranno nomi del design e del lusso.

Intanto a Piazza Affari sale la febbre Moleskine, che molti analisti indicano come il prossimo target del private equity in vista di un eventuale addio del fondo Syntegra Capital, azionista del Gruppo da 10 anni e con una quota del 42,2%. L’agenda insomma, a Piazza Affari, è tutta da scrivere.