Il nostro Paese occupa il quinto posto su scala mondiale per la produzione di mele con oltre 1,9 milioni di tonnellate prodotte in un anno. Un dato in crescita se è vero che le previsioni della Wapa (World apple and pear Association) indicano che la produzione italiana tornerà quest’anno a superare la soglia dei 2 milioni di tonnellate.

Da noi ogni persona mangia in media 15 chili di mele l’anno, in Germania 10, in Francia 8, ma è sul fronte export che si colgono risultati rilevanti. L’Italia è infatti il terzo esportatore mondiale dopo Cina e Polonia. Ogni anno i produttori italiani vendono infatti all’estero quasi un milione di tonnellate di mele coltivate sui nostri territori. Tra i mercati più promettenti il Nord Africa, il Brasile e l’Oriente, dove i consumi sono in aumento, mentre la Germania si conferma buona importarice a causa dello scarso raccolto interno.

Un bene prezioso e uno strumento efficace di business che sottolinea la speciale vocazione industriale di alcune regioni italiane.

A guidare il drappello dei produttori si conferma sicuramente il Trentino Alto Adige, seguito a distanza da altre regioni come Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Val d’Aosta.  In Trentino Alto Adige la mela è ormai un simbolo del territorio, oltre ad essere considerata uno dei più riconosciuti prodotti del Made in Italy. La Regione, da sola, copre il 70% della produzione nazionale (poco meno del 50% nel solo Alto Adige) e il 15% di quella europea e può contare su quasi 15mila singoli produttori.

L’ultimo Censimento agricolo dell’Istat (che risale ormai al 2010) offre un quadro chiaro di questa supremazia territoriale associata però alla riduzione del numero delle imprese. In provincia di Trento è infatti segnalata la presenza di 5.864 aziende (erano 8.136 nel 2000), le cui coltivazioni occupano una superficie di 10.797 ettari, contro i 12.084 del 2000. Molte piccole realtà imprenditoriali sono fallite o più facilmente si sono fuse con altre dando vita a gruppi più grandi e più abili nella competizione, interna e internazionale, e avviando un importante processo di consolidamento industriale.

Questo modello di aggregazione non è casuale, ma subisce una spinta costante da parte delle cooperative di produttori. Ad oggi infatti esiste un’Associazione produttori ortofrutticoli trentini (Apot) che riunisce al suo interno i tre maggiori consorzi della regione: Melinda, la Trentina e la cooperativa Sant’Orsola.

I tre consorzi sono giganti nel loro settore.
Melinda, fondata nel 1989, rappresenta da sola il 13% della produzione italiana e riunisce 6.500 soci e 16 cooperative. La Trentina conta 4 cooperative socie per 1.300 coltivatori che producono ogni anno 65mila tonnellate. Sant’Orsola è nata addirittura nel 1975 e oggi riunisce 1.000 soci distribuiti soprattutto in Valsugana e nelle valli laterali del Trentino orientale.

Da qui, grazie anche al dialogo aperto con Assomela (associazione cui fanno capo anche i consorzi altoatesini Vog e Vip), la maggior parte dei produttori sta lavorando per arrivare a dare vita a un distretto della mela, che abbia il suo fulcro proprio in Trentino.

Obiettivo primario del distretto sarà dare forza ai produttori soprattutto nel loro desiderio di vendere all’estero e di stringere accordi commerciali con mercati interessati ai prodotti italiani, come lo è stato negli ultimi anni quello russo.

La nascita di un distretto servirà però anche ad altro, in particolare per razionalizzare la produzione secondo metodi e tecnologie più avanzati, facendo in modo che la qualità del prodotto resti sempre elevata. È questo il caso della strategia adottata in questi anni con la produzione delle mele Golden ferma al 50% del totale, mentre il resto viene diviso tra le altre varietà.

Strategia e lavoro. Strategia e commercio. Questi i pilastri su cui si fondano le eccellenze delle coltivazioni trentine. Eccellenze essenziali per garantire la sopravvivenza e il successo delle imprese anche in un periodo di crisi come questo. Secondo gli ultimi dati resi disponibili da Apot, al giugno del 2013 le giacenze sono risultate del 30% inferiori rispetto alla stessa data dell’anno scorso. Un ottimo risultato confermato anche dall’andamento della produzione che, tra il 2012 e il 2013 è cresciuta di un 11% su scala nazionale, rispetto alla media europea del 7%.

Nello stesso periodo, secondo l’Eurostat (l’Istituto europeo di statistica) sono aumentati anche i costi di produzione. I numeri dell’Istituto rivelano che tra l’agosto 2012 e il luglio del 2013 il costo di produzione per 100 kg di mele è passato da 77 a 98 euro. Il dato è significativo anche se, già negli ultimi mesi del 2013, ha fatto segnare una leggera contrazione, proseguita poi con un trend più deciso anche nei primi mesi del 2014.

Il rischio più elevato, quindi, è rappresentato dai prezzi troppo alti. Sono loro l’ago della bilancia nell’ambito della battaglia competitiva ingaggiata soprattutto con grossi produttori mondiali come Cina e Stati Uniti. Una battaglia che l’Italia si gioca alla pari, seduta sul podio dei maggiori player internazionali.


Articoli correlati