Secondo un’indagine del Touring Club, infatti, nell’estate del 2016, l’Italia sarà scelta dal 68% dei suoi cittadini (rispetto al 75% delle precedenti rilevazioni) e le regioni preferite saranno, nell’ordine, Trentino-Alto Adige, Toscana, Sardegna e Puglia. Prosegue così, trainata dalla stagione turistica, la crescita, seppur lenta, del Paese che porta con sé un moderato miglioramento dei ritmi produttivi e un lieve aumento dell’occupazione.

I settori che più di altri vedono aumentare la propria base imprenditoriale in tutto il territorio italiano con la nascita di 1.579 imprese nel primo trimestre del 2016 – secondo i dati di Movimprese – sono quelli del noleggio, delle agenzie di viaggio (anche se sono sempre di più le persone che prenotano autonomamente attraverso Internet la propria vacanza) e le aziende che offrono servizi alle imprese, mentre sono 896 le nuove attività immobiliari e 662 quelle dedicate all’alloggio e alla ristorazione. Nell’artigianato, invece, nessuna regione chiude in saldo positivo e cinque, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Molise e Sardegna, hanno subito un ulteriore calo.

Cagliari

In Sardegna, così come in tutto il Paese, il saldo negativo della natalità delle aziende del primo trimestre del 2016 può essere in sostanza attribuito alle imprese artigiane a causa della continua flessione delle iscrizioni e alle numerose cancellazioni. Sull’isola, infatti, da gennaio a marzo le nuove imprese artigiane sono state 461 a fronte di un numero di cancellazioni molto elevato pari a 890. Sono invece 76 le imprese entrate in procedura fallimentare nei primi tre mesi del 2016, registrando una variazione percentuale di -2,6 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e un tasso di fallimento, ovvero il numero di procedure fallimentari aperte ogni 10.000 imprese, pari a 4,54.

Di contro, i dati del flusso turistico confermano un trend positivo e in recupero rispetto ai 5 anni precedenti in cui gli operatori del settore hanno lamentato non poche difficoltà. Il trend si conferma positivo nonostante il saldo negativo (-475) tra la natalità delle nuove imprese (+2.548) e le cancellazioni (3.023).

Sono le donne, in generale, a trainare la ripresa. Dinamiche, giovani e innovative hanno rappresentato tra il 2010 e il 2015 il 65% dell’incremento del tessuto imprenditoriale italiano (+53mila imprese) e nel Sud e nelle isole tengono il passo con il resto del Paese. Questo però non basta a far sì che il divario tra il Nord e il Sud Italia sia colmato, anche se, nella complessità del quadro la situazione sarda sembra migliore rispetto a quella di altre regioni del Mezzogiorno. Dai dati rilevati nel 23° Rapporto 2016 sull’Economia della Sardegna del CRENoS, il Centro di Ricerche Economiche Nord-Sud delle Università di Cagliari e Sassari, si evince infatti che la contrazione del Pil della Sardegna è meno pesante rispetto alle altre regioni del Sud.

Sempre secondo il CRENoS, «In Sardegna, il tasso di attività e il tasso di occupazione nel 2015 crescono rispettivamente dell’1,7% e del 3,3%».

Il tasso di disoccupazione diminuisce del 6,8%, dopo ben sette anni di crescita ininterrotta, attestandosi al 17,4% (118,6 mila disoccupati). L’analisi individua nella componente femminile con alto titolo di studio il fattore trainante di questa dinamica, nonostante il permanente differenziale di genere». Il tasso di attività registrato si attesta sull’isola al 52% per le donne, aumentando di due punti percentuali negli ultimi due anni (uomini 69,7%), mentre il tasso di occupazione è del 42,5% per le donne e 57,8% per gli uomini.

Il settore agricolo e le attività collegate al turismo sono l’elemento di forza che caratterizza la Sardegna rispetto al resto del Paese, anche se l’agricoltura contribuisce solo per il 5% alla creazione di valore aggiunto. In compenso secondo il CRENoS «buone notizie giungono dai dati sulle esportazioni: nel 2015 la Sardegna si riallinea al trend nazionale e registra un nuovo segno positivo (+3,2%). Nonostante il crollo del prezzo del greggio, le vendite all’estero del settore petrolifero sfiorano i 4 miliardi di euro e sono in crescita (+193 milioni di euro rispetto al 2014). Anche l’industria alimentare, strategica per l’economia regionale per la maggiore ricaduta sul territorio, si mostra in forte espansione per il quinto anno consecutivo (+13,4%) e raggiunge i 195 milioni di euro, nonostante permanga la forte dipendenza da un unico principale mercato di destinazione, gli Stati Uniti. Un altro importante risultato è quello dei prodotti in metallo (circa 191 milioni di euro) che ricomprendono armi e munizioni. La vendita di queste ultime ammonta a 40,8 milioni di euro e registra una forte espansione (+39%) rispetto al 2014. La destinazione principale (28 milioni di euro) è il mercato asiatico (Arabia Saudita, Emirati Arabi e Israele), altro importante partner commerciale è il Regno Unito (9,5 milioni di euro)».

Secondo i dati dell’Istat, invece, nel primo trimestre del 2016 la Sardegna (-38,4%) figura tra le regioni che contribuiscono a contenere la flessione tendenziale dell’export nazionale insieme a Piemonte (-7,1%), Liguria (-12,3%), Sicilia (-8,1%), Campania (-4,7%) e Friuli-Venezia Giulia (-3,2%). Mentre forniscono un contributo positivo Basilicata (+118,6%), Abruzzo (+14,9%), Lazio (+5,5%) e Molise (+151,4%). Nello specifico: «la diminuzione delle esportazioni di autoveicoli dal Piemonte e di prodotti petroliferi raffinati dalla Sardegna fornisce un contributo negativo alle vendite nazionali sui mercati esteri pari a un punto percentuale».

Lo svantaggio della Sardegna rispetto al resto della penisola è maggiormente evidente in termini di capitale umano. Nel 2014 solo il 17,4% dei sardi di età compresa tra i 30 e i 34 ha conseguito un titolo di studio universitario, attestandosi ben al di sotto dell’obiettivo europeo fissato al 40%. Anche in questo caso il valore aggiunto è rappresentato dalle donne con 22 laureate su 100 contro il 12,7% dei colleghi uomini. A preoccupare, però, ci sono anche l’alto tasso di abbandono scolastico e la percentuale dei giovani inattivi. Nel 2014 il 29,6 % dei ragazzi e il 17% delle ragazze di età compresa tra i 18 e i 24 anni, percentuali che risultano tra le più elevate del Paese, hanno abbandonato gli studi mentre oltre il 27% dei giovani tra i 15 e i 24 anni non studia e non lavora, di questi il 30,6% sono maschi e il 24,7% femmine.

Porto di Olbia

Secondo il Censis le università isolane, in controtendenza con le altre regioni del Sud che vedono molti studenti scegliere gli atenei del Centro e del Nord Italia per proseguire gli studi, rappresentano la prima scelta degli studenti sardi. Complice forse il fattore di isolamento geografico si tende meno a varcare i confini dell’isola per studiare e l’80% delle matricole ha la residenza in Sardegna. L’Università di Cagliari ha visto così aumentare le immatricolazioni dell’8,6%, mentre Sassari perde 4 punti percentuali di nuovi iscritti.

Per quanto i laureati, la percentuale di quelli che trova lavoro vicino casa in Sardegna è abbastanza elevata, mentre cresce e arriva al 6% quella di chi sceglie l’estero per intraprendere una carriera.

Per questo la Regione autonoma ha deciso di puntare sul ciclo 2014-2020 dei Programmi Operativi Regionali (POR), connessi al Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR) e al Fondo sociale europeo (FSE), che hanno destinato alla Sardegna 1,4 miliardi di euro di cui la metà proveniente dall’Europa e l’altra metà da fonte nazionale. Secondo lo studio sulle economie regionali della Banca d’Italia, infatti, «in base ai POR, la Sardegna prevede di destinare il 34,3 per cento della dotazione all’obiettivo “ricerca, innovazione e competitività”, mentre il 33,9 per cento dovrebbe riguardare gli interventi sul mercato del lavoro e il capitale umano. Più nel dettaglio, tra le azioni previste si distinguono gli interventi relativi al miglioramento delle condizioni occupazionali (circa 80 milioni di euro destinati a questa tematica), quelli per facilitare l’accesso all’istruzione terziaria di qualità e quelli indirizzati al potenziamento dell’attività di ricerca nei centri privati. La Sardegna si caratterizza rispetto al panorama nazionale per una quota maggiore di risorse destinate al potenziamento della rete della banda larga e dei sistemi intelligenti di distribuzione dell’energia (rispettivamente il 3,3 e il 3,0 per cento delle risorse su base regionale; 1,2 e 0,8 per cento le rispettive incidenze per l’Italia)».

La ripresa sarda, quindi, riparte dalle donne e dall’investimento sul capitale umano e sulla formazione.