Questa è l’immagine del Mezzogiorno che emerge dal Rapporto Svimez 2015; un territorio che, oltre a patire un’atavica arretratezza nei confronti del Nord del Paese, soffre da tempo il peso della mancanza di una strategia di sviluppo.

Anche dalle anticipazioni sui principali andamenti economici del Rapporto è evidente che: «La lunghezza della congiuntura negativa, la riduzione delle risorse per infrastrutture pubbliche produttive, la caduta della domanda interna sono fattori che hanno contribuito a “desertificare” l’apparato economico delle regioni del Mezzogiorno. […] In definitiva la crisi ne ha diminuito la capacità industriale, che non venendo rinnovata, ha perso, come si è visto, in competitività».

Ma se è vero che esiste, da sempre, una “questione meridionale”, è anche vero che ci sono diversi Sud e che per ognuna delle regioni si deve fare un discorso a sé. Prendiamo la Sicilia, ad esempio. Il Pil per abitante è di 16.283 euro, migliore solo di quello della Calabria (15.807 euro). La Sicilia è la regione italiana in cui è più alto il rischio di povertà delle persone, 41,8%, e dove è molto alta la percentuale dei nuclei familiari che guadagnano meno di 12mila euro annui, 72%.

La Sicilia, inoltre, come tutte le regioni del Meridione risulta poco attrattiva per gli Investimenti diretti esteri nonostante il dato generale in aumento. Nel 2014, infatti, gli investimenti in entrata nel nostro Paese ammontavano a 281,3 miliardi di euro, 95 in più rispetto all’anno precedente. Ma di questi investimenti solo il 2% ha interessato il Mezzogiorno.


A scoraggiare gli investitori stranieri, secondo Paolo Zabeo della Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato, contribuisce senza dubbio la pressione fiscale, ma anche una burocrazia «arcaica e farraginosa» e il ritardo nei pagamenti. Inoltre: «il basso livello di sicurezza presente in alcune aree del Paese da sempre scoraggia gli investitori stranieri a venire in Italia».

In tale contesto a farne le spese è senza dubbio l’industria manifatturiera che, già poco presente al Sud, registra una flessione cumulata negli ultimi dieci anni. Il pensiero va agli imprenditori italiani le cui iniziative, nonostante l’attuale periodo storico in cui l’andamento della ripresa economica è altalenante, hanno fatto registrare tendenze positive. Secondo Movimprese, la rilevazione trimestrale realizzata da InfoCamere sulla base dei dati del Registro delle imprese diffusi da Unioncamere – Unione italiana delle camere di commercio – il terzo trimestre del 2015 ha fatto registrare un rialzo del numero delle imprese nate, rispetto allo stesso periodo del 2014, di quasi 4mila unità. Sono state 20.075 le neo aziende registrate all’anagrafe tra luglio e settembre, frutto del saldo tra le 74.082 iscrizioni e le 54.000 cessazioni. Di queste 8.356 sono nate al Sud, di cui 1.554 in Sicilia (Figura 1).

Altrettanto importante il dato sulle procedure fallimentari che hanno registrato un valore di 2.800, tra luglio e settembre 2015, lo 0,7% in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Tuttavia permane il segno meno sul fronte delle imprese artigiane che, per il quarto anno consecutivo, hanno registrato un saldo negativo tra aperture e chiusure nel terzo trimestre dell’anno.

Sono 9 le regioni che, nel trimestre preso in esame, sono cresciute più della media nazionale. Tra queste la Sicilia che ha registrato un tasso di crescita dello 0,34% grazie a 5.435 iscrizioni a fronte di 3.881 cessazioni (Tabella 1 e 2).



Tra aprile e giugno, in Italia, sono nate 300 imprese “under 35” al giorno, di cui 4 su 10 al Sud, per un totale di 32mila: circa un terzo di tutte le aperture di nuove imprese registrate nel secondo trimestre del 2015. «Che la risposta dell’impresa alla ricerca di un lavoro sia tra le principali motivazioni di questa crescita – spiega Unioncamere – è confermato dalla prevalenza di micro-iniziative (nel 76% dei casi le neo-imprese giovanili nascono nella forma di impresa individuale) e dalla quota con sede al Sud: le nuove iniziative dei giovani meridionali rappresentano infatti il 40,6% del totale delle nuove imprese in quell’area del Paese, con punte superiori o vicine a questa quota in Calabria, Campania e Sicilia. Un primato, quello dell’imprenditorialità dei giovani del Mezzogiorno, che viene confermato se si osserva l’incidenza di nuove imprese giovanili sulla popolazione di persone con meno di 35 anni residenti nelle regioni italiane».

In Sicilia, ad esempio, sono 59.102 le imprese giovanili registrate, di cui 2.852 iscritte nel secondo trimestre del 2015, a fronte di 1.151 cessazioni avvenute nello stesso periodo.

«Il ruolo delle politiche quindi – sottolinea il Rapporto Svimez – appare importante per ridare fiato alla crescita dell’economia meridionale. Un impatto fondamentale per la ripresa potrebbero avere i Fondi strutturali, che mostrano, invece, ritardi nell’attuazione dei piani relativi alla programmazione 2007-2013, ritardi che appaiono significativi nel confronto con gli altri Paesi dell’Ue. Tali ritardi non sono però uguali tra regioni: risultano maggiori in quelle dove si osserva la massima concentrazione di risorse connesse alla realizzazione di lavori pubblici (Calabria, Campania e Sicilia)».

Il Paese, quindi, risulta diviso in due anche da un punto di vista strutturale. Le strade e i collegamenti sono insufficienti, soprattutto nel caso delle isole che appaiono completamente staccate dal resto dell’Italia. Anche per questo la Commissione Europea, seguendo la politica di Coesione dell’Unione del ciclo di Programmazione 2014-2020 sostenuta con i Fondi Strutturali e di Investimento Europei, ha adottato i Programmi Operativi 2014-2020 inserendovi la Regione Sicilia cui sono stati destinati 4,56 miliardi di euro, di cui 3,41 miliardi sono frutto di un cofinanziamento europeo, che potranno rappresentare il volano per la rinascita dell’apparato produttivo dell’isola.

Inoltre, come suggeriscono gli esperti Svimez: «Una forma attualmente praticabile di fiscalità di compensazione, circoscritta ad alcune aree ben delimitate, è quella delle Zone economiche speciali (ZES). Si tratta di aree prevalentemente caratterizzate dalla presenza di un porto e di un’area retro portuale, in cui vigono specifici regimi di trattamento doganale, di esenzioni fiscali, di facilitazioni amministrative e di servizi alle imprese, con il principale obiettivo di attrarre investitori stranieri. […] Nel Mezzogiorno esistono già le condizioni ideali per l’istituzione di ZES in diverse aree (in particolare, in Calabria, Puglia e Sicilia (porti transhipment di Gioia Tauro, Taranto e Catania); istituzione cui si dovrebbe rapidamente dare corso».