Non solo pasta come elemento distintivo del Made in Italy, ma anche grano duro. L’Italia si attesta anche quest’anno al primo posto in Europa per la migliore qualità, l’export e la produzione del grano duro.

Il nostro Paese genera circa l’11% dell’intera produzione globale, con 4,2 milioni di tonnellate annue su un totale di 38,6 milioni di frumento duro stimate nel 2018; detiene il primato anche in Europa con il 45% della produzione. L’andamento globale segna un +4,3%, mentre l’Europa indietreggia con un calo non trascurabile del 3,2%.

Queste sono le stime concordi effettuate sia dall’AIDEPI (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) che dall’IGC (International Grains Council) per il biennio 2018-2019. Le cifre restano alte, nonostante una diminuzione dell’1,8% della superficie coltivata, equivalente a 1,28 milioni di ettari in meno.

 

Ma anche se il Bel Paese rimane leader mondiale nella produzione di grano duro, questo non basta a sfamare il fabbisogno dell’industria pastaia. Infatti, l’Italia è deficitaria nella produzione di grano duro di qualità, necessario per fare una pasta altamente proteica e che tenga la cottura. Negli ultimi anni c’è stato però un notevole salto qualitativo: dieci anni fa si comprava l’80% di grano estero e il 20% di italiano. Oggi le cifre si sono quasi invertite con il 70% del grano duro pastificabile italiano, mentre la restante percentuale - tra il 30 e il 40% - di importazione estera, proveniente da Paesi come Canada (34%), Francia (13%), Stati Uniti (11%) e Kazakistan (10%). Si è registrata perciò una diminuzione delle importazioni di frumento duro per la pasta. Nel 2017 sono state importate circa 2,1 milioni di tonnellate di frumento duro destinate all’industria pastaia, a fronte delle 3,4 milioni di tonnellate di grano duro italiano.

 

L’obiettivo dei produttori di pasta italiani, primo tra tutti il leader mondiale Barilla, è quello di arrivare al 100% di pasta italiana.

Questo porterebbe ad una garanzia di sicura tracciabilità e di tutela dell’ambiente, con una riduzione dell’anidride carbonica, di acqua e di costi del 30%, consumi necessari per l’acquisto ed il trasporto dall’estero.

Ma da dove provengono i chicchi di grano italiani con cui viene prodotta la pasta?

La regione con la maggiore produzione di grano duro in Italia – secondo i dati ISTAT 2017 – è la Puglia con circa 943.000 tonnellate, distribuiti in 343.000 ettari. Segue la Sicilia con una produzione di 807.000 tonnellate coltivate soprattutto nelle zone interne comprese tra Palermo, Enna e Caltanissetta. Spostandoci più a nord troviamo l’Emilia-Romagna e le Marche, rispettivamente con 461.000 e 455.000 tonnellate. L’Emilia è una delle regioni italiane più importanti per la produzione di grano, tanto da guadagnarsi in passato l’appellativo di “granaio d’Italia”. Infatti, la superficie coltivata a grano duro è di circa 68.000 ettari, con una maggiore concentrazione nelle pianure centrali (Bologna in primis, poi Ferrara, Modena e Ravenna) e rese produttive piuttosto elevate.

Proprio questa regione sembra al centro degli obiettivi di produzione 100% made in Italy per la produzione di pasta.

 

C’è però un dato allarmante, la supremazia della pasta italiana a livello globale rischia di svanire, minata dall’aggressività di competitor stranieri.

Negli ultimi anni Paesi extra Ue stanno aumentando di molto la loro capacità produttiva. Emblematico il caso della Turchia, in cui la produzione di pasta è cresciuta del 77% in soli 5 anni, passando da 850.000 tonnellate ad oltre 1,5 milioni.

Per tenere testa ai competitor sono state già avviate diverse iniziative locali e nazionali volte a favorire le imprese agricole della filiera italiana del grano duro-pasta e ridurre al minimo le importazioni.