Il Piano strategico che si concluderà alla fine del 2015 ha portato le nuove tecnologie a 665mila aziende e 16mila sedi della Pubblica Amministrazione. Ma è solo un primo passo rispetto alla “Strategia per la banda ultra larga e la crescita digitale” che la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha annunciato lo scorso 3 marzo.

La nuova Strategia nazionale ha l’obiettivo di massimizzare la copertura della popolazione con una connettività di almeno 100 Mbps, mantenendo la priorità riservata alle imprese e alla PA.

Secondo Confindustria la diffusione di internet superveloce nel mondo produttivo garantirà risparmi fino a 30 miliardi di euro l’anno, ottenuti grazie alle minori spese e alla maggiore efficienza. Risparmi dal 3 al 13% saranno infatti raggiungibili nel settore sanitario. In particolare oltre 8 miliardi di euro potranno essere risparmiati quando tutti i medici, le ricette, i certificati e le cartelle cliniche si troveranno in Rete.



Più in generale, per il mondo lavorativo, la telepresenza garantita da internet ad alta velocità produrrà recuperi economici in termini di minor numero di ore spese in spostamenti e minori spese di trasporti. Una riduzione dei costi che, secondo Confindustria, potrebbe aggirarsi intorno ai 2 miliardi di euro.

Ecco perché il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato con forza nei giorni scorsi l’intenzione di spingere l’acceleratore sul Piano di sviluppo coinvolgendo l’Enel. I calcoli del governo prevedono, per la fibra ottica, un investimento di 6,5 miliardi di euro in cinque anni, necessario per rispettare le scadenze dell’Agenda Digitale Europea che fissa entro il 2020 il limite entro il quale completare la rete della fibra su tutto il territorio nazionale, mettendo a disposizione del 50% della popolazione canali superveloci a 100 megabite.

A questo proposito il partner commerciale individuato dovrebbe essere proprio il colosso energetico controllato dal Ministero del Tesoro che, forte della sua capillare rete elettrica, sarebbe in grado di portare la fibra in tutte le regioni italiane, anche in quelle comunità montane dove il digital divide esiste ancora. Il dialogo con Enel è stato aperto in questi giorni dopo che a marzo il Consiglio dei Ministri aveva approvato la “Strategia italiana per la banda ultra larga” avviando primi contatti anche con società private come Metroweb, Vodafone e soprattutto Telecom. Contatti che si sono interrotti con l’ingresso di Enel, scelta sia per questioni di sicurezza (lungo la rete di telecomunicazioni passano informazioni sensibili) che per ragioni di opportunità (la capillarità della rete elettrica garantirebbe tempi e costi ridotti).

Quello che conta, però, è il successo del piano e il raggiungimento degli obiettivi europei.

Le aziende italiane scontano ancora un certo ritardo in alcuni settori legati al Web. Nel corposo documento allegato alla “Strategia italiana per la banda ultra larga” si legge infatti che «la penetrazione dei servizi di connettività a banda larga nelle imprese è dicotomica. Da un lato, nelle imprese con 10 e più addetti, il livello di diffusione è simile a quello dei principali Paesi europei. In effetti, il 94,8% delle imprese utilizza connessioni a banda larga di rete fissa e/o mobile. La velocità massima di connessione aumenta con la dimensione, ma il 71% delle imprese dispone ancora di collegamenti con prestazioni inferiori a 10 Mbps e solo il 12% dichiara di utilizzare collegamenti ad almeno 30 Mbps».

Nonostante questo, alcuni dati positivi ci sono: dal confronto internazionale emerge infatti che la penetrazione dei collegamenti a banda larga da rete fissa è pari al 93% per l’Italia, contro un valore medio del 90% dell’Unione Europea. Tuttavia le imprese italiane ricorrono ancora poco all’utilizzo del commercio elettronico come strumento per abbattere tempi e costi. Nella classifica “Digital Agenda Scoreboard” elaborata nel 2014 dall’Unione, l’Italia figura al penultimo posto prima della Bulgaria nell’uso dell’e-commerce da parte delle imprese. Solo il 5% ricorre a questo strumento, contro il 27% della Danimarca, il 22% della Germania, il 19% del Regno Unito e il 14% della media europea.

Per quanto riguarda invece le imprese di piccole dimensioni (3-9 addetti) i problemi sono più consistenti perché solo il 77% di esse è connesso a internet e il 65,7% utilizza un collegamento con banda larga.

Esiste quindi un ritardo da colmare che tiene lontano il nostro Paese dalle best practice del Continente. Questo è l’obiettivo della “Strategia” lanciata dal governo e sostenuta anche con il supporto finanziario dei fondi europei (2,4 miliardi di euro dai Programmi operativi regionali 2014-2020 e fino a 5 miliardi dal Fondo sviluppo e coesione 2014-2020).

Un piano ambizioso che guarda soprattutto alle imprese, per ridurre quel divario tecnologico che sbilancia ancora gli equilibri della competizione internazionale.