Nell’era della quarta rivoluzione industriale poche cose ci lasciano ancora basiti: macchine che dialogano tra loro, lavorano senza l’ausilio umano, personalizzano il prodotto, inseguono la domanda, rendono flessibile la produzione, senza più eccessi o invenduto. Questa è l’Industria 4.0, l’uscita di emergenza dalla crisi.

Una delle leve indiscusse di questa evoluzione è senza dubbio la robotica che, dopo mesi di stasi, finalmente segna il suo riscatto nell’area macchinari e attrezzature, con una crescita della produzione del 4,4% rispetto al 2016. La vivacità del mercato domestico si riflette anche sul panorama internazionale. Lo conferma il dato dell’export dei primi sei mesi dell’anno, che sale del 6,4%. D’altra parte, l’industria italiana destina più della metà della propria produzione oltre confine e il primo mercato di sbocco, nel 2016, è stata la Germania con circa 377 milioni di euro di vendite.



A conferma dell’ottima posizione che il nostro Paese detiene nel ranking globale sono arrivati anche i dati di Siri, Società italiana di robotica e automazione: nel 2016 l’Italia è sesta al mondo per nuove installazioni di robot e ottava per intensità di utilizzo. Dovremmo dire grazie all’apparato di incentivazione che sostiene gli investimenti in automazione? Forse. Fatto sta che con 400 imprese e 32mila addetti il settore contribuisce al Pil nazionale per oltre 8 miliardi di euro, secondo l’associazione italiana di categoria UCIMU Sistemi per produrre.

Il Belpaese è quindi tra i leader mondiali nel settore della robotica. Non a caso Genova ospita l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), rinomato a livello internazionale e unico per la sua specificità di occuparsi non solo di robotica, ma anche di tutto ciò a essa correlato, compresi studi di psicologia, per comprendere l’interazione uomo-macchina, e di neuroscienze, per approfondire la cognizione umana.

Tra le eccellenze italiane spicca l’azienda leader in sistemi di automazione industriale, COMAU, il Consorzio Macchine Utensili nato nel 1973 dall’unione degli ingegneri e delle imprese di Torino che avevano contribuito alla costruzione dello storico impianto automobilistico Volga in Russia e dal 1999 parte del gruppo Fiat Chrysler Automobiles. L’azienda lo scorso anno ha fatturato 1,24 miliardi di euro, conta 29 centri operativi e 15 stabilimenti in giro per il mondo, con una presenza globale in 17 paesi. Sono presenti nell’industria pesante, aerospaziale, automobilistica, ferroviaria, delle rinnovabili e non solo, e i principali mercati di sbocco sono USA, Cina e Germania. È tra i principali fautori dello humanfactoring, l’automazione manifatturiera dal volto umano necessaria per le fabbriche del futuro, in cui le persone saranno chiamate ad avere specializzazioni forti e apertura mentale. Per questo COMAU ha a cuore la formazione e ha stretto collaborazioni con centri di ricerca e atenei di tutto il mondo per mettere su la sua Academy, che contribuisce alla crescita delle nuove generazioni e forma direttamente in azienda gli studenti più meritevoli.



Più rischioso è invece l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro. Il World Economic Forum ha stimato che la trasformazione digitale, da qui al 2020, provocherà la perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, concentrati soprattutto nel terziario. Nel frattempo però nasceranno 2 milioni di nuovi posti, specialmente nel settore digitale, per cui lo scarto sarà di circa 5 milioni di lavoratori.

Nonostante le statistiche internazionali, in realtà è attualmente ancora molto difficile calcolare quale sarà l’impatto reale dell’innovazione tecnologica nella robotica e la sua capacità di creare nuova occupazione. Le aziende si stanno posizionando su nuovi settori e segmenti su cui verranno fatti investimenti ingenti, capaci di dare vita a nuovi modelli produttivi dove l’uomo resterà comunque un fattore centrale e strategico.

Se è vero infatti che i robot stanno prendendo il posto dell’uomo nelle mansioni più faticose e ripetitive, che richiedono potenza di calcolo ed estrema standardizzazione, è anche vero che nei ruoli in cui il pensiero è imprescindibile, il fattore umano rimane essenziale. E per i lavori che spariranno, ne nasceranno altri, legati proprio alla programmazione, alla manutenzione e alla gestione dei robot. Un nuovo paradigma ancora tutto da scoprire.