A stabilirlo è uno studio del Censis, realizzato per il Ministero dello Sviluppo Economico, che ne ha inoltre stimato la crescita, nel 2015, del 4,4% in più rispetto al 2012.

I dati sono allarmanti, soprattutto perché definire con esattezza l’ammontare del fatturato della contraffazione è particolarmente difficile, sia perché l’industria del falso non pubblica bilanci, ma soprattutto perché gli effetti sul sistema economico comprendono una spirale di illegalità economico-finanziaria che porta con sé anche fenomeni di evasione fiscale e contributiva oltre allo sfruttamento del lavoro sommerso.

La Guardia di Finanza ha reso nota la crescita esponenziale dei sequestri dei prodotti contraffatti che sono passati dai 90 milioni di unità del 2006 agli oltre 393 milioni del 2015. Il dato preoccupante, però, secondo le Fiamme Gialle, riguarda soprattutto l’aumento dei sequestri di prodotti dannosi per la salute e la scurezza pubblica, in primis giocattoli e prodotti per l’infanzia oltre ai medicinali.

Secondo lo studio del Censis, nella lista dei settori più colpiti al primo posto figura l’abbigliamento il cui valore nel nostro Paese è pari a 2,2 miliardi di euro, il 32,5% del totale. A seguire c’è il mercato degli audiovisivi che si attesta al 28,5%, per un valore di spesa di circa 2 miliardi, uno in più di quello relativo ai prodotti alimentari che, con circa un miliardo, ha raggiunto nell’ultimo anno il 14,8% sul totale. In netto aumento, poi, si registrano le percentuali degli apparecchi elettrici – 10,6% per un valore di spesa di 732 milioni di euro – il mercato di orologi e gioielli che vale 402 milioni di euro, pari al 5,8% del totale e quello del materiale informatico, che muove circa 282 milioni di euro, vale a dire il 4,1% del totale nazionale, per componenti hardware, computer, tablet, schede di memoria e chiavette Usb contraffatte.

La risposta delle forze dell’ordine e dell’intelligence si è intensificata e aggiornata. Oltre ai canali di diffusione tradizionale, come mare, aereo e gomma infatti il mercato del falso è approdato sul web. In soli sette anni, dal 2008 al 2015, l’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza hanno effettuato oltre 131.000 sequestri, determinando il ritiro dal mercato di 432 milioni di articoli falsificati, per un valore totale di circa 4,5 miliardi di euro.

In Italia sono Roma, al primo posto, e Milano, al secondo, le maggiori piazze del “consumo fake”. Nella provincia di Roma è stato intercettato un quinto della merce sequestrata in tutto il Paese. I dati diffusi dal Censis hanno registrato, solo per il 2015, 3.236 sequestri, circa il 20,5% del totale nazionale, per un numero di pezzi pari a 32.587.325 unità (valore condizionato da due maxi sequestri avvenuti nella capitale per oltre 28 milioni di prodotti di cartotecnica, ndr). A Milano le cifre si abbassano notevolmente, con 1.966 sequestri nel 2015 per 5 milioni di pezzi ritirati dal commercio, ma sono comunque consistenti.

Roma e Milano, però, oltre a rappresentare un grande bacino di utenza, rappresentano, allo stesso tempo, importanti punti di snodo per lo stoccaggio della merce contraffatta. «Solo il 50% dei sequestri compiuti alle dogane della provincia di Roma nel 2015 – secondo il Censis – aveva come destinazione finale Roma: tra le regioni italiane che attendono la merce taroccata sdoganata nella capitale al primo posto si trova la Campania, seguita dalla Lombardia e dalla Sicilia. L’unica area della provincia in cui il fenomeno della vendita di merci false è visibile e consistente, seppure concentrato nella stagione estiva, è il litorale immediatamente a nord e a sud della capitale».

Per il capoluogo lombardo vale lo stesso discorso, ma solo l’8% dei prodotti si ferma nella regione, mentre il rimanente è destinato alla commercializzazione in altre provincie e regioni italiane, principalmente Lazio, Emilia Romagna, Sicilia e Piemonte.


La geografia dei sequestri effettuati nel 2015 ha permesso di individuare nella Cina la maggiore esportatrice di prodotti contraffatti (51%). Nella lista si trovano poi la Grecia con il 13,5%, Hong Kong 10%, Marocco 8,9%, Turchia 4,9% e altri Paesi che sommati raggiungono la percentuale del 6,7%. Ma le indagini della Guardia di Finanza hanno riscontrato “distretti produttivi del falso” anche in Italia. Si tratta dell’hinterland partenopeo, nell’area fiorentino-pratese, in Lombardia, Veneto, Lazio e Marche. Le produzioni italiane, oltre alla penisola, sono commercializzate in diversi mercati europei sotto il controllo delle organizzazioni criminali.

Oltre ai danni ingenti per il made in Italy, quindi, sussiste un forte rischio di espansione di un tessuto criminale legato alla contraffazione che vede, ad oggi, 100mila occupati e risorse sottratte al fisco per 1,7 miliardi di euro. Secondo il Censis, infatti, «produrre e commercializzare gli stessi prodotti nei circuiti dell’economia legale comporterebbe 100.515 unità di lavoro in più (circa il doppio dell’occupazione, ad esempio dell’intera industria farmaceutica). Senza la contraffazione, la produzione interna registrerebbe un incremento di 18,6 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 6,7 miliardi (un valore quasi uguale, ad esempio, a quello generato dall’intera industria metallurgica)».