Crescente apertura e integrazione internazionale: sono questi gli obiettivi che il sistema produttivo italiano sta inseguendo grazie anche al contributo positivo delle multinazionali sul nostro territorio, in aumento dal 2015 ad oggi.

Secondo un report pubblicato dall’Istat nel novembre 2017, in Italia si contano 14.007 imprese a controllo estero che occupano 1,3 milioni di addetti. A queste, come riporta Infocamere in uno studio di poche settimane fa, si aggiungono 183mila aziende all’interno del cui capitale figura almeno un partner straniero. In generale le imprese con DNA misto mostrano una performance migliore di quelle a controllo nazionale. A dimostrarlo, in primis, il differente livello di produttività del lavoro sul totale delle imprese, rispettivamente di 82.800 euro delle aziende estere contro soli 37.500 euro di quelle nazionali. Un risultato dovuto in parte anche alla maggiore dimensione media delle prime rispetto alle seconde.



Analizzando la provenienza dei finanziatori, l’investimento estero nel Belpaese ha una connotazione fortemente europea: a fine 2015 oltre i due terzi delle imprese attive nel nostro Paese provenivano dall’Europa Occidentale, di cui la maggior parte dalla Germania. Numerose PMI tedesche negli ultimi anni hanno investito nel nostro territorio, soprattutto nell’industria manifatturiera, nel commercio all’ingrosso e nel settore delle energie rinnovabili, fotovoltaico in primis, superando così anche gli Stati Uniti, che avevano mantenuto il primo posto sul podio fino a pochi anni fa. Al contrario, la presenza di imprese giapponesi rimane modesta e il loro numero è di poco superiore ai già bassi livelli di inizio millennio: a fine 2015 erano 218 gli investitori nipponici nel nostro Paese, contro i circa 200 censiti nel 2000.

La prima multinazionale estera in Italia per numero di dipendenti nelle imprese controllate è la francese Auchan, nata nel 1961 e attiva in 16 paesi in tutto il mondo. Si tratta di una società di grande distribuzione che ha il controllo di una catena comprendente 3.800 punti vendita e 337.800 lavoratori. In Italia ha iniziato la sua attività nel 1989, inaugurando l’ipermercato di Torino, e oggi ha sviluppato una rete organizzata in 58 ipermercati, 1.842 supermercati distribuiti in undici regioni in cui sono occupate 12.873 persone. Nella stessa classifica, subito dopo, un altro dei gruppi di distribuzione più importanti nel mondo, sempre francese: Carrefour. L’impresa gestisce 12.000 punti vendita tra proprietà e franchising e metà del suo fatturato lo realizza al di fuori della Francia. È presente infatti in 30 paesi situati principalmente nell’Unione Europea, ma anche in Brasile, Argentina, Nord Africa, Cina e Asia e solo in Italia vanta 1.071 punti vendita, di cui 478 diretti.

Invece, nella classifica delle prime cinquanta multinazionali estere per fatturato aggregato delle imprese controllate in Italia compare Vodafone, l’impresa di telefonia con sede a Newbury, nel Regno Unito. È una delle principali società di telecomunicazioni al mondo per ricavi, con circa 470 milioni di clienti mobili e 14,3 milioni di rete fissa. Anche nel Belpaese Vodafone è tra i primi operatori di telefonia mobile dopo Tim e conta 29 milioni di clienti su rete mobile, 2,5 milioni di clienti su rete fissa e impiega 6.500 dipendenti. La segue poco dopo Sky Italia Srl, la piattaforma satellitare della British Sky Broadcasting, l‘azienda di produzione e trasmissione televisiva britannica che serve anche il Regno Unito, l'Irlanda, la Germania e l’Austria. Leader dell’intrattenimento in Europa, solo nel nostro Paese ha un’offerta di 190 canali e conta oltre 4.800.000 abbonati.

Ma l’apertura di un’attività o di una filiale nella nostra Penisola desta sempre qualche preoccupazione. Lo conferma anche il Global Competitiveness Report 2017-2018, evidenziando in particolar modo due fattori penalizzanti del Belpaese: l’inefficienza della pubblica amministrazione e il livello di imposizione fiscale; punti di debolezza che intaccano la dinamicità del mondo del lavoro e lo sviluppo dei mercati finanziari, ambiti in cui l’Italia è al di sotto della media europea e del Nord America.

Ma qualcosa si sta muovendo. Nel ranking del Rapporto annuale della Banca Mondiale “Doing Business”, l’Italia è salita di quattro posizioni, passando dalla 50esima alla 46esima e ha registrato il balzo in avanti più importante tra i paesi dell’Ocse. Come? Rendendo più facile l’accesso all’energia elettrica, facilitando il pagamento delle tasse, esentando per tre anni i datori di lavoro dalle contribuzioni previdenziali per alcuni soggetti e semplificando gli adempimenti Iva.

Nella lista dei pregi dell’Italia, non si possono poi tralasciare gli elementi che da sempre rendono il Paese appetibile: il fatto che sia la settima economia al mondo e il secondo Paese manifatturiero in Europa; lo straordinario know-how in settori strategici quali quelli dei macchinari e dell'automazione, della moda e del design; la presenza di centri di ricerca e sviluppo di eccellenza e di circa 20 università fra le 500 migliori al mondo; last but not least, la qualità della vita che può offrire l'Italia, con paesaggi, arte, storia, cultura e cucina che rendono l’offerta del “Made in Italy” tra le più competitive e apprezzate al mondo.