L'ombra di Pechino si sta allungando su tutto il nostro Paese. La Cina,infatti,investe sempre di più in Italia. L'ultimo passo di questa marcia del gigante asiatico verso il Bel Paese riguarda l'investimento sulle grandi opere portuali. Dopo l'interesse mostrato per Savona e dopo che Cosco (il colosso cinese dei trasporti via mare) ha stretto un accordo per il terminal di Taranto, le agenzie cinesi per le infrastrutture alzano ora il tiro e puntano a Trieste e Genova, che Pechino considera le sue porte per l’Europa. Sono infatti i due porti italiani l'ultimo tassello dei progetti economici italo-cinesi per la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, dove Pechino è pronta a investire almeno 1.000 miliardi di dollari.Promossa dal governo cinese, la nuova Via della Seta è il più grande progetto di sviluppo infrastrutturale di tutti i tempi che, prendendo spunto dal nome attribuito alle rotte commerciali che nell'antichità facilitavano gli scambi tra l'impero romano e quello cinese, intende migliorare i collegamenti e la cooperazione tra i Paesi dell'Eurasia. Si tratta di un progetto economico senza precedenti che coinvolge più di 80 Paesi. Nella strategia cinese per l’Europa, un capitolo quindi di essenziale importanza è quello che riguarda i porti e le infrastrutture ad essi connesse.

A marzo di quest'anno il governo italiano ha firmato un memorandum d'intesa con il presidente cinese Xi Jinping, in cui due dei ventinove accordi riguardano i porti di Trieste e Genova, e in cui si prospettala costituzione di una società con il più grosso Gruppo di costruzioni cinese Cccc (Chinese Communications Construction Company) per la realizzazione di alcune grandi opere necessarie al sistema logistico ligure. Obiettivo: il rilancio del porto di Genova. Ma non è tutto. Proprio sul porto di Genova si affaccia infatti una delle sedi dell’Istituto italiano di Tecnologia (IIT), un centro di ricerca d'eccellenza che conta 1.700 ricercatori provenienti da 60 Paesi, situato nel Centro per le tecnologie umane degli Erzelli, circondato da aziende di robotica, informatica, telecomunicazioni (Siemens, Ericsson, Nikon) e di scienze biomediche.  Tencent, una delle più importanti Compagnie della tecnologia dell’informazione cinese insieme a Baidu e Alibaba, rispettivamente la Google e la Amazon cinesi, ha pure iniziato a interessarsi all’area tecno-scientifica dell’IIT. Inoltre, è prevista a Genova l’apertura di una nuova filiale di Huawei, il colosso delle telecomunicazioni attivo in Italia dal 2004 e che detiene un terzo del mercato degli smartphone e fattura 1,5 miliardi di euro, che sta battendo sul tempo le aziende americane nella corsa alla nuova infrastruttura del 5G. Insomma sempre di più nei disegni di Pechino l'Italia rappresenta una sorta di piattaforma strategica per la penetrazione cinese in Europa, con possibili vantaggi per entrambe i Paesi.

Anche l'Italia guarda alla Cina con più fiducia

Sicuramente uno dei principali vantaggi di questo crescente interesse della Cina per il nostro Paese è l'afflusso di nuovo capitale verso le aziende italiane. A loro volta gli imprenditori italiani si stanno dimostrando meno diffidenti rispetto al passato nel vendere le loro attività ai cinesi. Con la legge approvata lo scorso 15 marzo 2019 è caduto ufficialmente il limite massimo del 50% nelle joint venture con le aziende locali. E così Pechino può essere ancora più attrattiva. Secondo il decimo rapporto annuale “Cina 2019”, curato dalla Fondazione Italia-
Cina, gli investimenti che nel 2017 erano scesi del 12% adesso hanno invertito la tendenza, salendo al 19%. Nel 2019 inoltre 1.600 imprese cinesi vedono una partecipazione italiana per un totale di 170 mila addetti e un giro d'affari di 27 miliardi di euro.  Salgono anche gli scambi, con le esportazioni di macchinari dall'Italia che valgono il 30% del totale, seguiti dal tessile e dagli articoli di pelletteria. Nell'alimentazione spicca il vino, per il quale però l'Italia è dietro la Francia.

Gli investimenti cinesi in Europa

L’interesse cinese per l’Europa è testimoniato anche dai numeri. Secondo uno studio pubblicato ad aprile 2018 da Bloomberg l'importo corrispondente agli investimenti cinesi in Europa ammonterebbe a oltre 300 miliardi di dollari. Tra i Paesi europei l'Italia non sarebbe però tra le prime destinazioni per gli investimenti cinesi, la parte del leone nel 2018 l'hanno fatta infatti Regno Unito (4,2 miliardi), Germania (2,1 miliardi) e Francia (1,6 miliardi), mentre l'Italia insieme a Spagna, Grecia, Portogallo, Slovenia, Croazia, Malta e Cipro ha attirato solo 2,2 miliardi. Gli investimenti diretti esteri cinesi (IDE) nell'Unione Europea sono aumentati di oltre 17 volte dal 2010 al 2016. I settori industriali in cui i cinesi hanno investito di più dal 2008 sono la chimica (48,8 miliardi di dollari), l'energia (25,9 miliardi), mercato immobiliare (23,9 miliardi) miniere e attività estrattive (23,1 miliardi), Internet e software (15,1 miliardi), automotive (14,8 miliardi) e finanza (14,3 miliardi).



Le aziende italiane vendute ai cinesi

Ma cosa comprano soprattutto gli investitori cinesi in Italia? Nella lista delle aziende comprate dai cinesiprima di tutto ci sono le eccellenze industriali italiane. I primi investimenti cinesi in Italia si sono infatti concentrati su produttori di beni industriali, trovando nelle aziende italiane quelle tecnologie di nicchia che a loro mancavano. Tra le prime operazioni importanti ci sono state l'acquisizione di una partecipazione di controllo in Pirelli e di quote di minoranza in Ansaldo Energia e Cdp Reti (dove la China State Grid ha acquisito una quota del 35%). La seconda ondata di acquisti da parte dei cinesi ha visto emergere il settore dei beni di consumo, prima di tutto moda e lusso, come testimoniano le acquisizioni di Caruso, di Buccellati, del Gruppo Ferretti Yacht, e del brand di moda Krizia, e poi l'industria di elettrodomestici Candy. Più di recente sono stati presi di mira prodotti industriali 

hi-tech e intrattenimento tra cui FC Inter e AC Milan. Ma non ci sono solo i casi famosi, come quelli citati, di cui si sono occupati i giornali. La lista dello shopping da parte della Cina in Italia è molto lunga, come ci ricorda Mario Giordano nel suo ultimo libro “L'Italia non è più italiana”, e riguarda anche piccole e medie imprese, che rappresentano comunque delle eccellenze del Made in Italy. Solo qualche esempio: l'azienda dei trattori Goldoni di Carpi, la storica azienda dei marmi Quarella di Verona, il legno Masterwood di Rimini, la metalmeccanica Motovario di Formigine, la catena di cinema Odeon & Uci, e ancora la Emarc, la Società torinese che produce componenti per le più importanti Case automobilistiche, la Esaote, leader nel settore delle apparecchiature biomedicali, la Moto Morini di Pavia, le milanesi specializzate in farmaceutica Newchem e Effechem, senza contare le partecipazioni cinesi in Snam, Terna, Ansaldo Energia, Eni, Enel, Sace, Fincantieri, Italgas e nei due maggiori Gruppi bancari italiani Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sono in tutto 50 gli accordi in fase di negoziazione attualmente fra Italia e Cina, di cui 29 quelli fra Enti pubblici e ministeri italiani e le controparti cinesi. Ma la parte più delicata riguarda gli accordi tra le imprese private o partecipate dell'Italia e quelle cinesi, in fase di contrattazione ci sono al momento 21 intese. Praticamente è l'intero sistema Paese che si appresta a stringere accordi con la Cina. Se un po' di tempo fa Napoleone Bonaparte aveva detto “Lasciate dormire la Cina perché al suo risveglio il mondo tremerà” forse non aveva tutti i torti.