Dichiarare meno per pagare meno. È questa secondo l’Istat la voce che pesa di più nell’economia sommersa italiana. Il 45% dell’economia non osservata verrebbe proprio da questo: le dichiarazioni dei redditi falsate.

Ad aggiungere un’altra verità ai numeri dell’Istituto Nazionale di Statistica, anche una ricerca effettuata dall’università di Cà Foscari di Venezia secondo la quale gli italiani, oltre a dichiarare al fisco redditi annuali inferiori a quelli realmente percepiti, una volta sottoposti ad indagine statistica tendono a sostenere il falso, ovvero un reddito più alto rispetto a quello dichiarato allo Stato.

Ma questo non riduce la portata del fenomeno che ha ormai raggiunto una dimensione preoccupante. Il rapporto sull’“economia non osservata nei conti nazionali” firmato ISTAT e datato 12 ottobre 2018 calcola l’economia sommersa italiana in 210 miliardi di euro nel 2016 (12,4% del PIL). Una piccola economia indipendente che nel 2014 era a quota 211 miliardi (+0,6%), e all’interno della quale rientrano anche le attività criminali, col traffico di stupefacenti in aumento. Il valore aggiunto generato dall'economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l'indotto) a circa 18 miliardi.




Ma il sommerso non è fatto solo di numeri. Alle spalle i nomi e i volti delle persone che lavorano irregolarmente. Secondo l’Istat sono 3,7 milioni gli italiani irregolari. Di questi, il 47,2% è impegnato nel settore dei servizi, il 18,6% nel settore agricolo, il 16,6% nelle costruzioni e il 16,2% nelle restanti attività.

La stragrande maggioranza di questi lavoratori (oltre 2,6 milioni) sono in realtà dipendenti, ma dipendenti “in nero”, che comunque partecipano all’economia nazionale attraverso le spese, e quindi il pagamento delle tasse cosiddette “indirette”.

Ma l’economia sommersa è un fenomeno così diffuso, anche in Europa, che l’Unione europea ha iniziato a considerarlo nel conteggio del Pil degli Stati membri. Del resto, anche la crisi economica ha contribuito ad alimentare il lavoro nero, perché le imprese hanno ridotto i costi sfuggendo ai contributi. In sostanza, secondo quanto calcolato dal rapporto Censis-Confcooperative, portando il salario medio orario dai 16 agli 8 euro, le imprese hanno abbassato il costo del lavoro del 50%.

Il lavoro nero è tra le voci più sostanziali, già da tempo oggetto di studi dell’ISTAT sotto diversi punti di vista che vanno anche oltre l’aspetto economico. Tra il 2012 e il 2015 il lavoro regolare diminuiva del 2,1% a discapito di quello irregolare che saliva del 6,3% (in quel periodo i lavoratori irregolari erano 3,3 milioni). Il settore dove risulta più facile “nascondere” le retribuzioni è quello dei servizi, soprattutto dei lavori domestici, dei lavori basati sull’uso della forza e ancora di più in luoghi meno controllabili come possono essere i campi agricoli e i cantieri.

La percentuale aumenta al sud dove il lavoro irregolare si distribuisce tra Calabria (9,9%), Campania (8,8%), Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (7%).

I danni maggiori sono creati più dalla NOE (non-observed economy) che dall’economia sommersa nel suo complesso, che comprende anche le attività illegali le quali rappresentano solo una piccola parte del Pil. L’economia non osservata, che in Italia sembra essere pari a circa dieci manovre economiche, crea grossi buchi nelle casse dello Stato. Inserirsi anche in piccola parte nel meccanismo dell’economia non osservata significa quindi diventare parte di una catena che finisce con il portare al paese gravi danni economico-sociali insanabili.

Anche il Fondo Monetario Internazionale ha fatto i conti in tasca ai cittadini europei. In uno dei Working Paper firmati da FMI, Grecia, Italia e Spagna risultano i più indisciplinati in Europa per la cosiddetta “shadow economy”. Da un’analisi effettuata su dati compresi tra il 1991 e il 2015 la percentuale media del sommerso sul PIL totale dei tre paesi è rispettivamente uguale al 27%, 24,9% e 24,5%. La più virtuosa in Europa è invece l’Austria con una percentuale media pari all’8,9% di economia che sfugge ai controlli dello stato.