L’ultimo appello all’economia circolare è arrivato dall’Unione europea. Entro il luglio 2020 gli Stati membri sono infatti chiamati a recepire 4 direttive provenienti dal parlamento che costituiscono il cosiddetto “Pacchetto sull’Economia Circolare”.

Obiettivo: ampliare i processi di circolarità nella produzione dei singoli paesi avvicinandosi così alla possibilità, per ciascun mercato, di autorigenerarsi riutilizzando tanto elementi naturali, quanto quelli innaturali (anche detti biologici e tecnici). Si tratta di un processo che secondo il parlamento europeo, garantirebbe una crescita del PIL dell’Eurozona del 7% entro il 2035.

In questa sfida l’Italia gioca un ruolo importante. La circular economy italiana è infatti seconda in Europa dopo la Germania, e continuerà a crescere tra il 2019 e il 2035 grazie a un investimento previsto di 9,3 miliardi di euro. Una spinta importante all’economia circolare che vedrebbe così aumentare il suo valore aggiunto di 6,5 miliardi.

Questa leadership italiana è stata confermata anche dall’istituzione, nel maggio scorso, della Piattaforma Italiana per l’Economia Circolare (ICESP), lanciata dall’Enea per riunire le più importanti iniziative nazionali nel settore. Un progetto su cui l’Enea punta molto, anche in qualità di membro italiano all’interno del gruppo di coordinamento della ECESP, la European Circular Economy Stakeholder Platform.

In un mondo in cui il termine “surriscaldamento globale” si potrebbe definire inflazionato, l’esistenza di un fluido sistema circolare acquista un duplice valore: contribuisce alla crescita economica degli stati e permette un’adeguata salvaguardia dell’ambiente. Con ampissimi spazi di crescita, visto che oggi a livello mondiale si riutilizza solo il 9% delle risorse.

Secondo il rapporto Legambiente dal titolo “L’Economia Circolare in Italia - la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti, l’economia circolare vale 88 miliardi di euro di fatturato e, con 22 miliardi di valore aggiunto, rappresenta l’1,5% del PIL nazionale. L'industria del riciclo, con il suo 50% del valore aggiunto e il 35% degli occupati, è il comparto più rappresentativo dell'economia circolare.

Nel 2016 Il Bel paese ha riciclato il 42% dei rifiuti prodotti dagli italiani in contesti urbani registrando una delle più alte percentuali del vecchio continente, salendo di due punti percentuali nel 2017 fino al 44%. Ogni anno l’ISPRA (Istituto Superiore Per la Protezione e La Ricerca Ambientale) pubblica il “Rapporto Rifiuti Urbani”, dalla cui ultima edizione giunge una dettagliata fotografia dell’Italia sulla situazione in tema di riciclo. I dati dell’analisi per l’anno 2017 tornano ad essere positivi, l’Italia ha prodotto 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti ovvero l’1,7% in meno rispetto all’anno precedente. Una maggiore attenzione verso una produzione più contenuta dei rifiuti urbani si è osservata nella stragrande maggioranza delle regioni ad esclusione dell’Emilia-Romagna dove Rimini ha prodotto 727 chilogrammi di rifiuti per abitante ponendosi al di sopra della media italiana. In aumento anche i rifiuti destinati alla raccolta differenziata che, nel 2016 erano pari al 52,5% e nel 2017 hanno raggiunto il 55,5%.


Il trend positivo per l’Italia viene confermato anche dal rapporto Agi-Censis dal titolo “Perché all’Italia conviene l’economia circolare”, presentato a Roma ad ottobre 2018 in occasione della Maker Fair, il più grande evento europeo sull’innovazione.

in sintesi, l’Italia produce 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e 130 milioni di rifiuti detti “speciali”, ovvero derivanti dalle attività di produzione. Sul totale di tutti i rifiuti riciclati in Italia, un terzo sono urbani, mentre 2/3 risultano essere “calcinacci”. Nonostante sia in aumento la percentuale di rifiuti speciali riciclati, la loro produzione è 4 volte superiore a quella urbana.

 

Mancano tuttavia le norme e gli strumenti necessari al raggiungimento degli obiettivi imposti dall’UE. L’allarme sull’importanza di un imminente adeguamento normativo (con i decreti “end of waste”) è stato lanciato da Francesco Ferrante e Stefano Cianfani, rispettivamente vicepresidente di Kyoto Club e Presidente di Legambiente. Lo scoglio più grande sembrano essere gli impianti per lo smaltimento di determinate categorie di prodotto come ad esempio i pannolini. Il più grande impianto al mondo di pannolini è stato inaugurato nel 2017 a Treviso, ma a quasi due anni di distanza dalla sua inaugurazione non è ancora in funzione poiché manca una norma che regoli il trattamento di alcuni materiali.

Il suo funzionamento risolverebbe un problema non indifferente visto che parliamo di 900mila tonnellate di rifiuti assorbenti pari al 2,5% di tutti i rifiuti urbani.

In conclusione, l’inserimento di ogni paese all’interno di un efficiente processo di riciclo dei rifiuti contribuirebbe alla nascita di una economia sostenibile “globalizzata” portatrice di infiniti vantaggi per l’intero pianeta. Un meccanismo che partecipa alla crescita di una singola economia e, come accade per l’Italia, a sanare i vuoti occupazionali.