Le multinazionali vanno via invece di arrivare. È forse il sintomo di un’Italia che non risulta più appetibile agli investimenti? Negli ultimi dieci anni, si contano 270 imprese multinazionali che hanno delocalizzato i loro stabilimenti, per lo più nell’Est dell’Europa, agevolati sia dal basso costo del lavoro che da alcune tipologie di incentivi fiscali. Complici, probabilmente, anche le regole non molto stringenti sulla concorrenza interna all’Unione Europea.

Si tratta comunque di un fenomeno in diminuzione, se si pensa che tra il 2003 e il 2009 i disinvestimenti erano di molto superiori, circa cento l’anno.

Ma vediamo chi ancora oggi sceglie di lasciare il Bel Paese e perché.

I supermercati Auchan passano a Conad

La storia della catena di ipermercati francese Auchan in Italia ha inizio nel 1989, quando il gruppo ha inaugurato il suo primo primo punto vendita sul nostro territorio a Torino. Da lì in poi una rapida crescita, che l’ha visto costruire una rete di 58 ipermercati, 1.842 supermercati distribuiti in 11 regioni, in cui sono occupati 12.873 collaboratori. Eppure, in cinque anni, dal 2013 al 2017, Auchan Italia ha perso un totale di 874 milioni di euro, 275 milioni nel solo 2017. Le cause vanno ricercate nella riduzione e nel cambio di consumi, nel mercato altamente competitivo, ma anche nella crisi del cosiddetto “modello francese”: aprire più punti vendita, con insegne diverse e a poca distanza tra loro per non lasciare spazio alla concorrenza. Un errore che gli ha impedito di portare avanti con facilità la divisione italiana.

La catena di punti vendita dell’azienda francese rappresentava il quinto gruppo in Italia, con una quota del 6%, con ricavi per circa 3,7 miliardi e circa 18mila dipendenti.

Adesso a capo della grande distribuzione c’è il marchio Conad, che ha acquisito il retail italiano della catena francese, raggiungendo così una quota di mercato che si aggira intorno al 19%, di cui il 6% realizzato da Auchan, e un giro d’affari intorno ai 17 miliardi.

 

Unilever: il dado Knorr finisce in Portogallo

Dopo 54 anni, il dado Knorr, il dado da brodo usato per insaporire le pietanze nelle case di milioni di famiglie italiane da decenni, lascia l’Italia. Unilever, la multinazionale olandese-britannica che dal 2000 è proprietaria dello storico brand, ha deciso di interrompere la produzione dei classici dadi nello stabilimento di Sanguinetto, in provincia di Verona, per delocalizzarla in Portogallo dove il costo del lavoro è inferiore.

La multinazionale ha dichiarato che le misure intraprese derivano dalle rilevanti difficoltà riscontrate a livello europeo e italiano nel settore dei dadi da brodo tradizionali, che hanno portato ad una diminuzione del fatturato di più del 10% in due anni, e dall’esigenza di rispondere alle mutate esigenze del mercato. Da qui la decisione di consolidare le produzioni in siti strategici. Una scelta che comunque serve a garantire la sostenibilità futura del polo veronese. La delocalizzazione, infatti, riguarda solo l’area dello stabilimento relativa ai dadi da brodo tradizionali e non le altre produzioni alimentari.

 


Il caso Embraco

È dell’anno scorso il caso di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi da Riva di Chieri (Torino) in Slovacchia. Si trattava di uno stabilimento storico, costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera, la divisione di Fiat che produceva frigoriferi. Nel 1985 Fiat ha venduto il comparto a Whirpool, la principale multinazionale americana di elettrodomestici, che ha spinto la produzione al massimo. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone.

Ad inizio 2000, però, a Whirpool è subentrato Embraco, e sono iniziate le difficoltà. Già a novembre del 2017, la società aveva annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri. A gennaio arriva la notizia del trasferimento in Slovacchia, paese dove il costo del lavoro è inferiore e non di poco (10,4 euro l’ora contro 27,8) e gli incentivi (fiscali e non solo) sono più elevati. 

In ogni caso, per molti che se ne vanno, ce ne sono tanti che restano. Lo confermano i dati Istat riferiti al 2016, che stimano attive sul territorio italiano 14.616 imprese a controllo estero (+4,3% sul 2015), con oltre 1,3 milioni di addetti (+4,5%) con un fatturato di oltre 539 miliardi di euro.

Tutto sommato, nell’era dell’economia globale, cresce il peso delle multinazionali estere anche in Italia.